Donare gli organi ventitré anni dopo. Sembra un'eternità eppure, per qualcuno, sembra ieri. Il 4 agosto 1995 Claudio Pomarico, che aveva da poco compiuto 19 anni, fu travolto da una vettura alla discesa del cavalcaferrovia di via Istria: mori dopo una lunga agonia e la famiglia valutò l'opportunità di donare gli organi a chi ne avesse bisogno.
Fu il primo caso a Trani, e sarebbe rimasto il più emblematico anche perché, da lì a poco, in città fu fondata la sede della Associazione italiana donatori organi, intitolata allo stesso Claudio Pomarico. Successivamente, nell'anniversario della morte, la famiglia donò alla collettività due panchine, con piccole targhe che ricordano il nome di Claudio, tuttora presenti su un marciapiede a breve distanza dal luogo del tragico impatto.
Negli anni successivi fu anche organizzato un torneo di pallacanestro, lo sport che Claudio praticava oltre ad essere conduttore e regista di un programma radiofonico in compagnia di altri due inseparabili amici dell'epoca, Andrea Ferri e Marco Colonna.
La dolorosa vicenda di Giuseppe Ruta richiama alla memoria proprio quella di Claudio Pomarico e suo fratello, Beppe, commercialista già revisore dei conti del Comune di Trani, ricorda quel giorno ma non tanto per rievocare la tragedia del fratello, quanto piuttosto lo spirito che spinse la famiglia a donare gli organi di Claudio, un gesto di amore nel momento del dolore più profondo: «Fu una decisione molto dura - ammette Beppe Pomarico -, ma fummo subito convinti di avere fatto la cosa giusta, anche perché dovevamo lanciare un messaggio importante, perché una persona che muore può donare la vita ad un'altra persona».
Di Claudio furono espiantati e donati cuore, fegato e cornee. Il paziente che ricevette il fegato non ce la fece per una crisi di rigetto, «ma tre persone sono in vita grazie a mio fratello», racconta orgoglioso Beppe Pomarico.
La legge vieta di conoscere i beneficiari degli organi donati, «però - rivela il commercialista -, tramite amici, siamo riusciti a sapere chi ha ricevuto il cuore e, ad oggi, abbiamo contatti con questa persona. È un professionista importante, un direttore di banca, ci sentiamo frequentemente e lo sentiamo come un nostro parente».
L'Aido di Trani, negli anni successivi, si sarebbe fermata perché, con il cambio della legge e l'avvento del silenzio assenso, ha perso fisiologicamente la spinta propulsiva verso la sensibilizzazione. «Peraltro - aggiunge Beppe -, a Trani l'associazione si era anche un po' troppo politicizzata e forse era giusto che terminasse la sua esperienza. L'importante era avere lanciato il messaggio e credo che, ventitré anni dopo, la famiglia Ruta l'abbia raccolto come se l'incidente di Claudio fosse accaduto ieri, insieme con quello del loro caro Giuseppe. A loro va il mio più caloroso abbraccio, perché comprendo quanto sia difficile mantenere la lucidità in questi momenti. Tuttavia, sapere che attraverso una vita la vita di un figlio che si spegne se ne possono salvare altre, è quanto basta per mettere in moto la macchina del cuore e trasformare un momento di dolore in un gesto d'amore».


