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Anche da “I dialoghi di Trani” la richiesta di verità e giustizia per Giulio Regeni

«Giulio non aveva paura, era tranquillo, ma sapeva che in quel Paese doveva muoversi con cautela. Era prudente, come tutti i viaggiatori». Così i genitori di Giulio Regeni, ricercatore italiano dell’Università di Cambridge, rapito il 25 gennaio 2016 in Egitto e il cui corpo fu trovato senza vita il 3 febbraio, ricordano, insieme ai giornalisti Giuliano Foschini e Francesca Savino, il periodo trascorso dal proprio figlio in Egitto e la sua tragica morte.

Paola e Claudio Regeni non sono potuti essere fisicamente a “I dialoghi di Trani”, perché impegnati in una manifestazione in ricordo del figlio, ma non hanno voluto mancare all’appuntamento “Senza paura, verità e giustizia per Giulio Regeni”, con un collegamento video, e si sono detti onorati di poter parlare con il pubblico, dal quale ricevono affetto, vicinanza, calore umano.

«Noi abbiamo paura che le cose si fermino – ha detto Paola – ma poi il pensiero passa, capisci che devi fare qualcosa in più per cercare giustizia. Bisogna fare da “scorta mediatica”, cioè essere vicini alla nostra causa, indossando la spilla, il braccialetto, partecipando alle iniziative in ricordo di Giulio».

Il padre, Claudio, si è detto contento che Roberto Fico, presidente della Camera, abbia detto che i rapporti con Al-Sisi saranno tesi finché non si scoprirà la verità su Regeni (rispondendo al Ministro dell'interno Matteo Salvini che, invece, aveva affermato che i rapporti con l’Egitto sono più importanti della morte del ragazzo) ma ha aggiunto che «dopo tante parole, vogliamo fatti concreti». «È come se ti facessero tante volte lo sgambetto – ha aggiunto Paola – e tu debba continuamente rialzarti».

Prima dell’incontro è stato proiettato il docufilm “Nove giorni al Cairo”, dei giornalisti de “La Repubblica” Carlo Bonini e Giuliano Foschini, in cui vengono ripercorse le tappe del caso Regeni, spiegando a che punto è oggi l’indagine della Procura di Roma e qual è stata la lunga storia di depistaggi e di responsabilità del governo Al-Sisi.

«Sappiamo tantissime cose – ha detto uno degli avvocati della famiglia Regeni, Alessandra Ballerini, in collegamento telefonico -. Se questa indagine si fosse svolta in Italia, avremmo già i nomi dei colpevoli e decine di persone disposte a testimoniare». Intanto Amal Fathy è ancora in carcere. Unica sua colpa, essere la moglie di Mohamed Lotfy, il direttore esecutivo della Commissione egiziana per i diritti e le libertà, impegnata nell’assistere la famiglia Regeni al Cairo. Amal è accusata di terrorismo, e rischia il carcere a vita o la pena di morte.

«Da quando abbiamo finito di montare il documentario fino a oggi non è cambiato niente nelle indagini – ha detto Foschini, giornalista che è sempre stato vicino alla famiglia -. In questi giorni sta facendo molto parlare il film su Cucchi. Quella è una storia che, come quella di Giulio, rimane incollata addosso a chiunque abbia un senso di cittadinanza», responsabilità sociale.

Foschini ha parlato anche del ruolo della stampa: «In Egitto, l’arma utilizzata è il silenzio, invece in Italia i giornalisti, nonostante le pressioni e strumentalizzazioni, hanno lavorato bene, hanno mantenuto sempre alta la barra. I coniugi Regeni hanno avuto molto resistenze con i giornalisti e questo lo capisco. Il documentario è stato fatto dopo un anno che li frequentavo. “Il manifesto” disse che Giulio era un loro collaboratore e non era vero, quindi i giornali spesso arronzano». «Il giornalismo che si schiera, in un momento in cui i giornalisti sono molto sotto attacco – ha fatto eco Francesca Savino – è un segnale positivo. L’intimidazione non è mai corretta e noi speriamo che questo lavoro porti alla verità».

«Giulio prima di essere un cittadino italiano, era un cittadino europeo – ha detto ancora Foschini - e l’Unione europea non ha detto una parola. L’Italia ritirò l’ambasciatore, ma l’Unione europea non ha trattato. Questo ha indebolito la posizione del nostro Paese. Ora l’ambasciatore è tornato e sta creando rapporti commerciali. Mi chiedo se questo si possa fare. Io penso di no, sinceramente».

Depistaggi, un regime feroce, un corpo martoriato che viene riconosciuto dalla madre «solo dalla punta del naso» e un altro dato. La madre di Giulio, che a stento trattiene le lacrime ma che mantiene sempre compostezza e dignità, a un certo punto del racconto, nel documentario, dice: «Ho inviato, nel mio inglese un po’ così, alla insegnante di Giulio un sms chiedendole “Perché l’hai mandato lì? Sapevi che era pericoloso». Come scrisse un giornalista, Carlo Panella, «le due inquietanti e ciniche professoresse di Cambridge e dell’American University del Cairo ben al riparo delle mura universitarie l'hanno usato ed esposto per le loro mire accademiche e anche politiche».

Dagli organizzatori de “I dialoghi di Trani”, un segno di vicinanza ai due coniugi: «Anche noi ci associamo alla richiesta di verità e giustizia per Giulio Regeni». Lo stesso era stato fatto dal consiglio comunale due anni fa. 

Federica G. Porcelli


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