«È un onesto lavoratore». Una frase fatta, buona per tutte le occasioni, utile per inquadrare alla meno peggio colui che svolge la propria professione dignitosamente, portando il pane a casa.
Quale, però, è il vero metro di misura per stabilire quanto una persona sia onesta, al di là della dedizione al lavoro, che dovrebbe essere pari al diritto al lavoro stesso che la nostra Costituzione garantisce?
La domanda diventa legittima nel momento in cui l'«onesto lavoratore» si imbatte, per strada, la sera di domenica scorsa, in una borsa da donna con tanti soldi dentro, e, senza indugio, chiama un suo amico poliziotto per chiedergli come comportarsi.
È il caso di Ruggiero Rutigliano, 45 anni, di Trani, impiegato in un calzaturificio della sua città, uno dei tanti «onesti lavoratori», uno stipendio necessario e sufficiente per portare avanti la famiglia, pagatogli da chi fa ancora impresa in un settore da tempo sull'orlo di una dura crisi che sta determinando la chiusura a raffica di tante attività.
Trovare lavoro nel mondo delle calzature già si può considerare una fortuna, il precariato è diffuso e la certezza di quel minimo salario nessuno può assicurarla ai tanti «onesti lavoratori» di turno: lui, però, Ruggiero, all'improvviso è chiamato a fare una scelta. Quella scelta, allora, diventa forse la vera discriminante di quale sia il concetto di onestà: «Ho pensato - racconta - che quello che c'era dentro non avrebbe fatto comodo a me, ma la sua privazione avrebbe fatto soffrire chi, quella borsa, l'aveva persa».
Da qui la telefonata all'amico poliziotto e la rivelazione: «Vai subito ai Carabinieri, forse quella borsa è stata scippata». Infatti poco prima, in pieno centro, una donna se l'era vista sfilare da una persona a piedi, svanita in pochi attimi: la borsa contiene 3.500 euro, chiavi, documenti ed altri oggetti personali ed affettivi. Momenti di disperazione e la chiamata ai Carabinieri, chiedendo aiuto: i militari giungono sul posto, ma, apparentemente, non ci sono tracce del malvivente e ci si dà appuntamento in caserma per la denuncia di rito.
Alla stazione dell'Arma, però, arriva prima a Ruggiero con la borsa e l'intero contenuto: «Non l'ho nemmeno aperta - confessa -, perché avevo paura di passare dalla parte della ragione a quella del torto, e qualcuno avrebbe potuto pensare che lo scippatore fossi io. Così mi sono semplicemente limitato a consegnarla». La donna raggiunge la caserma e l'amarezza si tramuta in felicità: dall'ipotizzata denuncia ad un sincero abbraccio al lavoratore la cui «onestà», evidentemente va oltre la frase fatta.
Mentre i carabinieri indagano alla ricerca del responsabile, Ruggero torna a casa a mani vuote, ma rincuorato per avere fatto il proprio dovere. Se, poi, la donna sarà consigliata a riconoscergli il 10 per cento di quella somma, come previsto dalla norma, ci sarà anche un piccolo ritorno economico per un gesto che in ogni caso non ha prezzo. Soprattutto in una società in cui parole come «onestà» tanto si professano, poco si praticano.

