Ieri sera abbiamo avuto un seminario di letteratura musicale, dal titolo “Alla ricerca della musica perduta”, riguardante l’ancor poco conosciuta musica concentrazionaria.
Di che tipo di musica si tratta? Ebbene, la musica in questione è quella composta ed eseguita dai musicisti internati nei campi di concentramento tra il 1933 al 1953, non solo nell’Europa occupata dai nazisti, ma in tutto il mondo, durante quell’infausto periodo dell’umanità, in cui i totalitarismi furono ad un passo dalla vittoria.
A condurre la serata è stato il Maestro Francesco Lotoro, pianista e compositore barlettano, classe 1964, ebreo, che da più di trent’anni svolge l’importante compito di rintracciare, archiviare e ed eseguire il maggior numero possibile di composizioni create nell’oscura realtà dei lager. Un compito, il suo, certo non facile, che lo porta, a costo di molti sacrifici, a girare il mondo, in un capillare lavoro di recupero, di opere che altrimenti andrebbero irrimediabilmente perse per sempre.
Il maestro, durante la sua accurata esposizione, ha mostrato alcune foto e fatto ascoltare la selezione di composizioni musicali, di diversi artisti, grandi e minori, che durante la prigionia, per evadere almeno solo con la mente, dall’angheria degli aguzzini che li tenevano prigionieri, usarono la musica per dar vita ad opere straordinarie.
Si tratta, come ha ben sottolineato Lotoro, di composizioni provenienti dai più disparati contesti etnici e sociali, che nei lager, attraverso un melting pot musicale, diedero vita ad dialogo culturale e religioso, non fatto di trattati o accordi internazionali, che il più delle volte si sono rivelati infruttuosi, ma di pentagrammi disegnati sui supporti cartacei più improvvisati come logori quaderni, sacchi di carbone, e persino fogli di carta igienica, usati nelle infermerie da campo.
Dall’immenso archivio del maestro barlettano, emergono volti, voci, testimonianze indelebili di un passato doloroso, trasmesso da persone ormai quasi centenarie, o dai loro figli e nipoti, che dopo anni di silenzio hanno deciso di trasmettere alle nuove generazioni centinaia di partiture imparate a memoria, inneggianti alle loro case, la loro cultura, e bramanti di libertà.
Da questi canti, chiudendo gli occhi, ci appaiono nella nostra mente, gli ebrei che nei loro canti ricordavano la liberazione del loro popolo dall’Egitto, e che in quel momento diventavano simbolo di libertà dal nazismo; oppure i membri della variegata comunità Rom, con la loro musica gioviale, che ancora oggi trasmettono oralmente di villaggio in villaggio; e la musica sacra cristiana, di tutte le sue diverse denominazioni, eseguita con organi costruiti con canne ricavate da materiale di fortuna, e ocarine facile da nascondere, con i quali si diedero vita a gospel, messe cantate, e composizioni natalizie.
Proprio per quanto riguarda la musica natalizia, è stata ricordata una delle opere concentrazionarie più note, ossia “La Favola di Natale” del 1944, scritta dal celebre giornalista Giovannino Guareschi e musicata da Arturo coppola, nel campo tedesco di Sandbostel, dove il natale diventa il simbolo laico di un temporaneo momento di libertà da assaporare in ogni suo attimo.
Nella sua meticolosa ricerca, da serio studioso quale è, Lotoro non ha scartato niente, neanche i canti delle forze armate tedesche e delle SS, spesso composti da soldati costretti ad arruolarsi ma dissidenti verso gli ideali carichi di odio del nazismo, e che nei lager, nei momenti di svago, seppero esprimere la loro fede e amore verso quel mondo che la loro nazione stava contribuendo a distruggere.
A questa va aggiunta la musica dei prigionieri di guerra spagnoli e baschi della guerra civile spagnola(1936-1939) deportati nei campi tedeschi, quella dei gulag sovietici, fino a comprendere realtà delle quali si sa veramente poco, ossia dei campi di internamento presenti in Canada, Stati Uniti, e Brasile, nei quali le potenze occidentali alleate reclusero migliaia di giapponesi e italiani, solo perché sospettati di collaborare con le potenze dell’Asse; e tra questi sfortunati artisti, è doveroso ricordare il musicista italo-americano Giuseppe Moschetta, di origini biscegliesi.
L’evento, che ha riscosso un grande interesse da parte dei presenti, si è concluso con l’accorato appello del maestro Lotoro, affinché le istituzioni politiche e culturali non dimentichino in polverosi archivi le centinaia di composizioni da lui raccolte, ma anzi sappiano divulgarle nella società, per dare dignità e giustizia a coloro che le hanno composte, e dei quali purtroppo il più delle volte non si conosce neanche il nome.
A tal proposito, è stato ricordato come il maestro ha dato vita nel 2014 alla Fondazione Istituto di Letteratura Musicale Concentrazionaria, la quale grazie al Comune di Barletta e della Regione Puglia daranno vita, si spera presto, alla Cittadella della Musica Concentrazionaria, su una superficie di circa 8000 mq, dove ora è presente l’ex distilleria di Barletta, la quale permetterà a migliaia di persone di ascoltare la musica di coloro che con le note hanno cercato di resistere, invece di arrendersi alle barbarie della guerra.
A nome della comunità, ringraziamo il maestro per ciò che ha saputo trasmetterci con tanta passione, e ci auguriamo che presto la musica concentrazionaria venga riscoperta come merita.
Michele Caccia - comunità Pieno Vangelo Trani





