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Scacco agli estorsori, il Pm Maralfa: «Da Dolmen a Point break, quella mafia che non ha mai lasciato Trani»

Il riconoscimento del metodo mafioso per gli imputati condannati al termine del rito abbreviato, conclusosi ieri nell'aula bunker di Bitonto, rappresenta il risultato più significativo ottenuto dal pubblico ministero, Giuseppe Maralfa, sostituto procuratore presso la Dda di Bari e titolare del fascicolo «Point break» sugli estorsori di Trani insieme con il collega della locale Procura, Marcello Catalano.

Nella sua lunga e dura requisitoria, precedente all'emanazione della sentenza, Maralfa, per dimostrare la fondatezza di tale accusa, condivisa dal giudice, aveva richiamato importanti precedenti nella cronaca della criminalità del territorio

«Lo stampo mafioso del sodalizio ruotante intorno alla carismatica figura di Vito Corda - aveva detto - si fonda nella circostanza che lo stesso è stato costituito e ha operato in un'area del territorio pugliese, Trani, in passato indiscutibilmente infestata da organizzazioni di tipo mafioso. Il tutto così come emerge dalla storica sentenza del processo Dolmen, emessa il 28 gennaio 2006 dalla Corte d’Assise di Trani».

A detta di Maralfa, sarebbe stato fuori di dubbio «che l’organizzazione oggetto di indagine, e dunque il considerevole numero di soggetti componenti la stessa, abbia capitalizzato la violenza seminata sul territorio di Trani dal famigerato clan di Annacondia, utilizzando quella violenza come propria risorsa al fine di esercitare l’intimidazione tipicamente derivante dal vincolo associativo ed ottenere l’assoggettamento omertoso di un vasto settore del corpo sociale tranese».

Maralfa ha fatto più volte riferimento ad Annacondia nel corposo fascicolo, «per evidenziare come, a far data dall’ascesa criminale di Stumpill - o Mano mozza che dir si voglia - si sia andata consolidando in Trani una infiltrazione malavitosa del territorio precedentemente non conosciuta e, secondo questo pubblico ministero, capitalizzata anche da Corda Vito e sodali».

A detta della pubblica accusa, insomma, Corda e soci «inducevano le vittime a percepire l’esistenza di un gruppo capace di assoggettare il territorio proprio come una congregazione di stampo mafioso, in una città che subisce la mafia sin dai tempi dell’Annacondia».


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