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I Dialoghi di Trani, terza giornata su tecnologia e comunicazione con Massimo Bray. E l'approfondimento sulle storie di sei jahidisti italiani

La tutela dei minori tra tv spazzatura e web dipendenza. Questo il tema che ha aperto la giornata di ieri de I Dialoghi di Trani. Ospite d’eccezione Massimo Bray, direttore generale dell’enciclopedia italiana Treccani ed ex ministro, che ha dialogato insieme alla giornalista di Rai Radio 3 Cristiana Castellotti e il giornalista Rai Vito Giannulo. L’evento si è svolto in collaborazione con il CoReCom presso palazzo Beltrani.

Sono tanti gli aspetti a cui pensare quando si parla di responsabilità. Il primo tema posto all’attenzione di Bray è quello della privacy: «Abbiamo ignorato il tema della tutela della privacy e dei dati: una classe dirigente responsabile dovrebbe iniziare a capire cosa è accaduto in questi anni nelle nuove generazioni e gli Stati devono dotarsi di norme di tutela della nostra sicurezza».

Secondo l’ex ministro i grandi problemi a cui andremo incontro nei prossimi anni sono due: «capacità di distinguere ciò che è vero e ciò che è falso, mentre l’altra sfida è proprio quella della privacy». E la stessa tecnologia «se da un lato ha portato alla democratizzazione della conoscenza, dall’altro però ha escluso alcuni soggetti come gli anziani da alcune procedure».

«Siamo di fronte a un cambiamento mai visto prima fatto di tecnologia e comunicazione - ha continuato Massimo Bray -. E non credo alle statistiche per cui i giovani non leggono. I giovani di oggi leggono, ma in maniera diversa attraverso un social o un sito preferito. L'obiettivo è dotarli di strumenti affidabili perché è impensabile tornare indietro. La bravura deve essere quella di conciliare l’importanza del libro con tutte le forme di lettura digitale. Ad oggi, però, non siamo attenti alla qualità di questo tipo di lettura».

Fra gli appuntamenti serali, di grande impatto è stata la Lectio magistralis del teologo Vito Mancuso in cattedrale.

Ma non meno significativo l'incontro con i giornalisti di Repubblica, Giuliano Foschini e Fabio Tonacci, che hanno presentato il libro «Jahidisti italiani», edito da Utet, nato da un'inchiesta dei due inviati in Francia e Belgio dopo la strage del Bataclan.

Di fronte alla richiesta del direttore di Repubblica, affinché spiegassero cosa scatti nella mente di un ragazzo occidentale che, pur vivendo nell'agio, all'improvviso decida di fare il terrorista, gli autori hanno cercato di rispondere selezionando sei storie di neo terroristi italiani.

La prima, quella di Giuliano Del Nero, primo italiano che va in Siria dopo avere frequentato il quarto anno del Nautico nella sua città natale, Genova.  La lascia, va ad Ancona, incontra alcuni musulmani e si converte.

Da lì inizia un nuovo percorso che lo porta, progressivamente, ad entrare nell'Isis dopo essersi spinto in Siria nel 2013. Mantiene i contatti con il padre, che non comprende le sue scelte, ma non le ostacola, fino a quando una voce risponde al posto suo annunciando al genitore la morte del figlio.

Una vicenda che poco aiuta a chiarire le ragioni del punto di rottura, ma che suggerisce che gli jahidisti vivono percorsi individuali e non possono essere oggetto di generalizzazioni: «L'equazione musulmano-terrorista o straniero-terrorista non esiste - dice a chiare lettere Foschini -. Queste sono storie individuali che si possono approfondire, analizzare, ma alle quali non sempre è possibile fornire spiegazioni razionali».


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