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Denunciò maestra su Facebook per il presunto maltrattamento di suo figlio, il Tribunale di Trani la condanna per diffamazione

Ha rischiato sei mesi di reclusione per diffamazione aggravata a mezzo stampa nei confronti di un'insegnante, almeno secondo quanto aveva richiesto il Pubblico ministero, Cosima Greco: se l'è cavata, si fa per dire, con una significativa condanna dal punto di vista finanziario.

LA DECISIONE

Infatti, per un post su Facebook, una 31enne di Trani, incensurata, pur beneficiando della pena sospesa e della non menzione nel casellario giudiziale, dovrà pagare: 2000 euro di multa, oltre le spese processuali; il risarcimento dei danni patiti alla costituita parte civile, da liquidarsi in separato giudizio; una provvisionale pari a 3000 euro in favore della parte civile; rifusione delle spese di costituzione e rappresentanza di parte civile per complessivi 3420 euro, oltre accessori di legge.

Lo ha deciso il giudice del Tribunale di Trani, Sara Pedone, in merito ad una vicenda risalente a ben sei anni fa, a seguito di un presunto maltrattamento di alunno, da parte di una 50enne docente della scuola Papa Giovanni XXIII, denunciato sulla pagina Facebook Tranispia dalla mamma di quel bambino.

LA STORIA

Secondo il racconto della mamma, dal primo giorno di scuola il bambino, che oggi ha 12 anni, sarebbe stato vessato e, quel 23 settembre 2013, gli si sarebbe negato di bere l'acqua e, poi, sarebbe stato schiaffeggiato e trascinato. Circostanza che avrebbe accertato sul luogo, quella stessa mattina, la nonna dell’alunno con il conforto di testimonianze.

La mamma prima denunciò pubblicamente l’accaduto sul social network, poi al Commissariato.  

L’insegnante, a sua volta, nella sua controdenuncia in Procura, chiamò in causa proprio la nonna del bambino, negando le accuse nei suoi confronti e riferendo di avere subito dalla donna «insulti, intimidazioni e minacce in presenza di alunni, genitori e docenti».

Per questi motivi, si era reso necessario l’intervento del 118, per sedare lo stato d’ansia della docente, rimasta a riposo a lungo per lo stress accusato.

La mamma del bambino incassò solidarietà sul web e la vicenda rimbalzò su numerosi organi d'informazione, mentre in favore dell’insegnante partì una raccolta di firme spontanea da parte del personale docente e non docente, nonché di famiglie di alunni della scuola.

LA RICOSTRUZIONE IN AULA

La vicenda è inevitabilmente finita in un'aula di tribunale, con la mamma del bambino imputata e l'insegnante costituita parte civile.

Ebbene, secondo il giudice la documentazione agli atti conferma pienamente la versione dei fatti, per come ricostruita dalla persona offesa. Le dichiarazioni dell'insegnante hanno trovato, inoltre, riscontro nelle deposizioni testimoniali rese da due sue colleghe, entrambe concordi nel riferire che, quel giorno, la madre dell'imputata nel cortile della scuola, alla presenza di altre persone, aveva aggredito verbalmente l'insegnante proferendo al suo indirizzo espressioni gravemente offensive e accusandola di tenere condotte violente nei confronti del nipote.

«Tutte le condotte di cui era stata accusata la persona offesa, in realtà, non si erano mai verificate - si legge nella sentenza -, ma, considerato il carattere del bambino altamente problematico - anche a causa del suo precedente vissuto familiare -, potevano essere frutto della fantasia dei racconti dello stesso propalati al rientro a casa».

Secondo il giudice, la docente «è stata estremamente precisa e lineare nel suo racconto, senza mostrare sentimenti personali di astio e rancore nei confronti dell'imputata».

Ne è emerso un quadro che ne conferma, secondo quanto si legge nel provvedimento, «precisione, coerenza, logica, costanza, spontaneità, genuinità e disinteresse. Pertanto - scrive il giudice -, le sue dichiarazioni devono ritenersi pienamente credibili e rilevanti ai fini della ricostituzione della vicenda, e quindi per fare emergere la prova della penale responsabilità dell'imputata», con riferimento al reato di diffamazione aggravata per cui è stata condannata.

PENSARCI BENE

Scrivere «di pancia» sui social network, o sui forum dei siti internet non paga, anzi fa pagare a caro prezzo: prima di esporsi in questa maniera, è il caso di pensarci non una e neanche due, ma dieci, cento, mille volte.

Agire d'istinto e per un moto di rabbia, se non vi è il supporto oggettivo a quanto si afferma, può causare danni enormi prima all'immagine delle persone accusate, poi a se stessi, perché quelle accuse possono ritorcersi totalmente contro.

Da quel post nacque una mobilitazione popolare, anch'essa di pancia, in difesa della donna e contro la docente, che però ha avuto la capacità di non abbattersi e fare valere in un'aula di tribunale le sue ragioni, dimostrando di averne da vendere.


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