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«Mi scusi presidente», la lettera di una ragazza di Trani al premier Conte: «Chiudono i negozi e non l'illegalità»

«Mi scusi presidente, Giuseppe Conte». Iniziano così le riflessioni, scritte sotto forma di lettera, da parte di una ragazza di Trani, Carla Filannino, sulla situazione odierna dopo l'ultimo dpcm causa Coronavirus. La profondità dei suoi pensieri ci ha portato a pubblicare quanto da lei scritto. Di seguito la lettera al premier.
"Mi scusi, Presidente Giuseppe Conte, ma domenica quando è apparso in tv per spiegare il nuovo DPCM, io ho provato tanta tantissima rabbia.
Mi scusi, Presidente, se ho provato questo sentimento mentre lei tentava di suggerirne altri.
Mi scusi, Presidente, se io le sue parole non le ho volute accettare, perché erano uguali a quelle di qualche mese fa e nella mia mente sono risuonate come la solita "litania" della rassegnazione che io da troppi anni ascolto: "Che ti aspettavi", "Qui è sempre così ".
O peggio: "Abbiamo sempre fatto così".
Mi scusi, Presidente, se io nemmeno ho capito perché lei al microfono, lontano da tutti, avesse la mascherina. Mi è sembrato un simbolo più che una necessità. Protetto e distante, soprattutto da chi ascoltava da casa. E così niente cambia, eppure il cambiamento non è sinonimo di perfezione ma esprime movimento e dinamica che sono concetti alla base dell'evoluzione. E senza evoluzione, la vita ed il benessere delle persone non potrebbero esistere. Io ricordo, Presidente, che lei sul suo scranno si è seduto proprio forte della parola "cambiamento".
Mi scusi, Presidente, se io adesso le scrivo questa lettera e le dico - sono sincera - che una soluzione a questa crisi così enorme non ce l'ho. Per mancanza di cultura politica, di conoscenza giuridica e burocratica, per mancanza di una laurea in medicina e per altri milioni di motivi.
Ma io, come tanti, ho paura del futuro e allora mi scusi ancora, Presidente, però quando arriva in tv la prossima volta mi può dire questo che io ora le chiedo? È fatto divieto a partire da mezzanotte delle seguenti attività illegali, considerate altresì non necessarie:
- è vietato spacciare sostanze stupefacenti
- è vietato il caporalato, il lavoro in nero ed anche tirocini gratuiti
- è vietato lo sfruttamento della prostituzione
- è vietata l'evasione fiscale
- sono vietati i concorsi truccati e le raccomandazioni
- sono vietate tutte le forme di organizzazioni criminali e mafiose
- sono vietate tutte le forme di violenza, pubblica e privata
Io lo so che lei mi risponderà che queste cose sono già vietate e appunto le chiamiamo illegali. Ma non "chiudono", proprio come un virus che non sappiamo fermare. Invisibile ma non troppo.
E chiudono invece le saracinesche dei locali che magari hanno sempre pagato tutto, anche il pizzo: perché lo Stato a proteggerli non ci è arrivato. E si chiudono tra le lacrime le famiglie che magari vivevano con un contratto in nero, senza tutele, e ora nemmeno quello c'è più. E chiudono, di corsa e senza replica, i sipari di quei palchi dove queste cose sono sempre state denunciate, attraverso l'Arte che purtroppo è quasi sempre scelta e/o privilegio di pochi.
Mi scusi, Presidente, se io oggi le ho scritto questa lettera con la prospettiva di uno scenario utopico che se si realizzasse mi manderebbe completamente fuori di testa. (Ma almeno fuori di testa si può andare?).
Ma andrebbero fuori di testa soprattutto tutti quelli a cui questo decreto così fantasioso per "chiudere l'illegalità" rovinerebbe la vita. E invece, ora e ancora, la crisi a loro aiuta: aumenta la violenza, lo sfruttamento, la mafia, l’ingiustizia.
Sarebbe così assurdo se anche solo in parte il decreto che "chiudere l’illegalità" fosse vero. Assurdo, irreale: quasi come se qualcuno un giorno mi dicesse che in nome del cambiamento ha abolito la povertà o che per sollievo di tutti a fine anno arriverà un vaccino".

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