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«Sistema corruttivo nel carcere di Trani»: ecco come gli indagati della Polizia penitenziaria si garantivano un reddito extra

Ventinove indagati totali, di cui due agenti di Polizia penitenziaria arrestati ed altri quattro indagati. I restanti, tutti detenuti e parenti di detenuti. Risultato un quadro definito «allarmante» di quello che è stato inquadrato come «un sistema corruttivo imperante all'interno del carcere di Trani».

Questi i numeri e la sintesi di quanto esposto in conferenza stampa, presso il Polo museale, dal Procuratore di Trani, Renato Nitti, affiancato dai sostituti Francesco Tosto e Francesco Aiello, che hanno chiesto e ottenuto dal Gip, dottoressa Corvino, l'accoglimento di ben 17 dei 20 indizi di grave colpevolezza a carico degli indagati, con le conseguenti misure cautelari emanate. Il procuratore ha riassunto il senso dell'operazione, condotta dal Nucleo investigativo regionale di Bari della Polizia penitenziaria, in tre punti cardine fondamentali: le indagini interne da parte del Corpo; le segnalazioni interne da parte di appartenenti al Corpo che si sono dissociati dal comportamento criminale di alcuni loro colleghi; la collaborazione piena del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, che non appare in alcun modo coinvolto in una indagine iniziata a maggio 2020 e terminata all'inizio del 2021.

Grazie a questo sistema di piena complicità, continua e reiterata, fra alcuni degli agenti e un buon numero di detenuti, gli indagati della Polizia penitenziaria potevano garantirsi un reddito extra parallelo allo stipendio, sotto forma di dazioni in denaro che potevano variare da 100 a 1.000 euro.

Tutto questo per consentire ai parenti dei detenuti i colloqui in presenza in un momento storico in cui non erano autorizzati, e ad alcuni dei reclusi di svolgere lavori privilegiati dentro e fuori il carcere. Gli inquirenti hanno però escluso qualsiasi correlazione fra il sistema scoperto - tramite intercettazioni ambientali, audio e video - e l'evasione di due detenuti, peraltro accaduta in un periodo successivo a quello delle indagini.

E non ci sono correlazioni, sempre secondo quanto risposto dagli inquirenti alla domanda del cronista, fra l'esito soft della rivolta di marzo 2020, all'inizio della pandemia, e l'inizio di questo sistema corruttivo all'interno delle mura carcerarie. Escluso anche qualsiasi collegamento fra l'episodio dell'incendio dell'auto del comandante facente funzioni e l'indagine di cui si è avuta notizia stamani, tuttora in corso e che potrebbe riservare altri importanti sviluppi.


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