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Scambiate in culla 33 anni fa, il Tribunale di Trani ordina alla Regione un risarcimento da 1 milione

La Sezione civile del Tribunale di Trani ha disposto un risarcimento di circa 1 milione di euro a seguito dello scambio in culla fra due neonate avvenuto 33 anni fa a Canosa: per 23 anni hanno vissuto con le famiglie sbagliate per il solo fatto che, dopo il parto, non furono loro applicati i braccialetti di riconoscimento.

A pagare sarà la Regione Puglia poiché l'ospedale di Canosa, all'epoca, dipendeva dalla vecchia Usl Bari 2, e quindi dall'ente regionale, e non dall'attuale Asl.

I fatti risalgono al 1989, quando all'ospedale di Canosa di Puglia avvenne uno scambio di culle fra neonate venute alla luce a distanza di dieci minuti l'una dall'altra.

A distanza di circa vent'anni la scoperta fortuita di tale circostanza, a seguito della osservazione di una fotografia da parte dei genitori attori della causa, difesi dagli avvocati Salvatore Pasquadibisceglie e Cecilia Tedone.

Nel negozio dei due si presenta una donna che, cominciando a parlare del più e del meno, ricorda che entrambe hanno partorito quel giorno nello stesso ospedale a distanza di circa dieci minuti l'una dall'altra.

Oltre il racconto spunta una fotografia, e la mamma attrice della causa scopre una incredibile somiglianza di quella ragazza con se stessa: da lì la richiesta di un esame del Dna, che si conclude con l'accertamento di una compatibilità del 99,99 per cento.

Oggi le due bambine di quel giorno hanno 33 anni e vivono le loro rispettive vite in autonomia. Ma nel frattempo i genitori attori della causa si sono visti privare per tutto questo tempo della loro vera figlia, così come suo fratello è cresciuto di fatto con una sorella sbagliata.

Nel frattempo la bambina riconsegnata oggi alla sua famiglia biologica ha vissuto in un contesto familiare complicato, con un disagio sociale che aveva determinato persino il suo affidamento ad un'altra famiglia: di fatto, oggi quella donna si trova in presenza della terza e definitiva famiglia della sua vita, in uno scenario che sta vivendo psicologicamente con gravi difficoltà.

Gli attori della causa hanno disconosciuto nel frattempo l'altra donna, che però già dall'età di 18 anni aveva lasciato la famiglia creandosi una nuova vita altrove, ed in totale autonomia.

Nel procedimento la Regione Puglia era difesa da Giuseppe Miccolis, la Asl Bari da Edvige Tritta, la Asl Bt da Ugo Patroni Griffi. Il giudice monocratico che ha emanato la storica sentenza è la dottoressa Roberta Picardi.


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