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Nelle parole della tranese Gisella Di Lernia, il ricordo del terremoto che colpì l’Aquila il 6 aprile 2009

Il dolore e la paura non si dimenticano, lasciano inviolabili quel senso di sgomento che a distanza di anni difficilmente si dipana, le stesse emozioni oggi si fanno spazio tra i ricordi che amari supportano un tempo lontano, forse non troppo…il dolore è sempre lì, ma con la consapevolezza di essere figlio del coraggio e anche del destino.

Ore 3:32, nella notte tra il 5 e il 6 aprile 2009 uno dei terremoti più devastanti della nostra storia, magnitudo 6.3 portò morti e distruzioni a l’Aquila e nei paesi vicini.

Di quei momenti fa ricordo la signora Gisella Di Lernia, di origine tranese che alle pagine del giornale di Trani, ha affidato il suo pensiero a tutte le vittime del sisma e alla paura che lo stesso avrebbe potuto portar via anche sua figlia.
«Mia figlia e mio genero hanno vissuto seppur in modo diverso questa terribile esperienza. Siamo a fine marzo, mia figlia frequentava il primo anno di Università all’Aquila, e come tutti i ragazzi nel fine settimana desiderava riavvicinarsi alla famiglia, io - spiega la signora Gisella- non ero molto propensa, affrontare una spesa ogni sette giorni non era cosa facile; mi convinsi però nel momento in cui mia figlia mi disse che qualche giorno prima, il 30 marzo c’era stata una scossa di terremoto e una mattonella nella cucina era caduta. Il 31 marzo mia figlia – prosegue Gisella- avrebbe dovuto fare un esame cosicché le dissi di farlo e poi di tornare a casa. La scossa del 6 aprile fu preceduta da una serie di eventi sismici.

Arriviamo alla notte del terremoto. Noi viviamo a pochi chilometri dall’Aquila e quella notte fu davvero terribile, oggi a distanza di tanti anni la ricordo ancora con paura, perché credo sia stata una scossa fuori dal normale. Mia figlia al momento della scossa corse da me spaventata, cercammo riparo dietro lo stipite della porta, ci abbracciamo e lei iniziò a gridare “Questa è l’Aquila mia, questa è l’Aquila mia!”.

Il mattino seguente, mio marito ci comunicò che all’Aquila c’erano stati cinque morti, schiacciati dalle macerie! Ci assalì una sensazione di paura. Dopo quattordici giorni, entrammo nella città, poiché mia figlia aveva lasciato tutto nella casa in cui risiedeva anche oggetti dal valore affettivo inestimabile. I vigili del fuoco dissero che poteva accedere solo lei, cosicché io l’aspettai all’esterno , quello che si pavento davanti a me dopo pochi minuti fu una ragazzina con in mano la foto ricordo  intatta di  sua nonna, la  stringeva forte a sé, gli stessi vigili si commossero a quella vista, mi spiegarono in seguito che la mia ragazza era stata davvero miracolata poiché il bastone della tenda si era piegato a V , sul cuscino del letto di mia figlia era caduto un masso di venti centimetri, se fosse rimasta lì a dormire sarebbe morta.

Nonostante questa esperienza, lei ha avuto la forza di proseguire gli studi si è laureata all’Aquila, la sua laurea è dedicata a tutti i ragazzi che non sono riusciti a realizzare il loro progetto di vita, perché troppo presto spezzata, il giorno della proclamazione è voluta andare di fronte la casa del convitto ha indossato la corona e toccandosi la fronte ha detto “Questa la dedico a voi”».

«Io, credo - conclude la signora Gisella - che questi ragazzi, i ragazzi dell’Aquila, siano segnati a vita, loro sono una generazione forte perché ha vissuto un’esperienza che nessuno dovrebbe vivere, ho visto casa di mia figlia dopo due anni non c’era balcone, le scale, non c’era più niente, di fronte a via Cascina c’era un palazzo sventrato, ho pianto come una bambina».

Il sisma provocò danni gravissimi: 309 vittime, 1.600 feriti e oltre 70.000 sfollati. A quattordici anni da quell’evento, un paese ferito e riuscito lentamente a rinascere e con esso anche tutti quei ragazzi che come aquile sono riusciti a volare alto, ridando speranza e coraggio.


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