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Da Ipàzia a Giulia, la violenza sulle donne nella storia. Da Trani la riflessione di Filippo Ungaro

Il “femminicidio” (brutto ed offensivo termine, poiché indica la soppressione di una donna, considerata “femmina” in senso peggiorativo) è all’ordine del giorno nella nostra società “progredita”, ma, a pensarci bene,  di violenze contro il “pianeta donna” sono pieni anche i secoli passati.

Esaminiamo, ad esempio, la tragica storia di Ipàzia, grande scienziata di Alessandria d’Egitto, principale porto sulla costa mediterranea, famoso per il suo Faro imponente e per la immensa Biblioteca, data alle fiamme, molte volte, per l’odio che regnava sovrano, “ illo tempore”, nei riguardi della cultura, sempre avversata come simbolo di emancipazione, in ispecie del genere femminile e  di democrazia intellettuale.

Nei paraggi di quella Città nacque, probabilmente nel 370 d.C, Ipàzia, una donna divenuta, ben presto famosa per l’alto livello sapienziale nei campi dell’Astronomia, della Matematica e della Filosofia.

Figlia del filosofo Teone, superò, “brevi tempore”, il sapere del padre, aderendo anche alla Scuola filosofica del Neoplatonismo (che riassumeva elementi di altre correnti di pensiero, a partire del III secolo), trasferendosi, successivamente, nella contigua Alessandria, ove frequentò assiduamente, la ricca e prestigiosa Biblioteca, insegnando, al contempo, Matematica, Geometria ed Astronomia presso l’altrettanto celebre  Museo, nel cui interno  numerosi alunni seguirono le lezioni dell’illustre professoressa, affascinati dalle sue lezioni, doviziose di eleganza della parola e di profondità intellettuale.

Ipàzia non aderì mai al nascente Cristianesimo, in nome della libertà e dell’indipendenza del suo pensiero, ma, in compenso, fu sempre aperta ad ogni forma del sapere filosofico, scientifico e tecnologico, arricchendo la sua cultura di continui passi in avanti, tali da consentirle di inventare l’astrolabio (strumento in virtù del quale le fu possibile calcolare la posizione del Sole,  delle stelle e dei pianeti ad una certa ora del giorno in diversa latitudine), il planisfero (carta geografica della superficie terrestre in diverse prospettive) e l’idroscopio (finalizzato al calcolo del diverso peso specifico dei liquidi).

Anche nel campo letterario Ipàzia fu una degna protagonista, in quanto esperta traduttrice  delle opere di scrittori di forte spessore scientifico (ad es., di Euclide, Archimede e Diofanto).

La scienziata non ebbe, però, vita facile, in quanto la sua esistenza fu osteggiata dalla cosiddetta “cultura ufficiale”, che non poteva accettare le idee di una donna, la cui fama si era diffusa velocemente nell’area mediterranea.

Per di più, rimase vittima della politica di quei tempi, e, in particolare,  dell’attrito tra Oreste, Prefetto di Alessandria, e Cirillo, Vescovo titolare della Sede episcopale della Città medesima.

Riassumiamo, “ breviter et summatim”, i fatti che coinvolsero  la scienziata.

Il Prefetto Oreste aveva fatto giustiziare, tempo prima, un tale di nome Ammonio, monaco violento, losco e brutale, visti i suoi precedenti, che deponevano per una sicura reiterazione dei reati, commessi in precedenza. Cirillo, per ritorsione, intendeva  fare accettare alla Comunità alessandrina la Beatificazione di Ammonio ( cristiano solo in apparenza).

Ipàzia, vicina alle posizioni del Prefetto Oreste, non condivise l’operato del Vescovo Cirillo, il quale finì, come mandante morale, per favorire la soppressione  della scienziata ad opera di una banda di fanatici cristiani ed intolleranti. Quel che avvenne fu veramente truce e turpe.

Dell’episodio lasciò una testimonianza nella sua “Historia”,  in aggiunta ad altre e  varie fonti,  Socrate Scolastico (Costantinopoli, IV / V secolo d. C.),  teologo e   storiografo ecclesiastico, coevo ai fatti narrati.

Gettata a terra, mentre si accingeva a rientrare in casa, spogliata delle vesti e trascinata per le vie di Alessandria, la povera Ipàzia morì per lo strazio patito. Venne, poi, fatta a pezzi, che furono bruciati in un luogo appellato “Cinaron”.

Correva  l’otto marzo del 415 d.C., quando l’illustre astronoma divenne  una vittima della libertà del pensiero, dell’essere, soprattutto, donna in un tempo in cui, ahimé, come oggi, il genere femminile era costretto a vivere con molte privazioni.

L’Illuminismo settecentesco ne riconobbe, in Europa, la consapevolezza della libertà del pensiero, omaggiando tutte le donne, che, ancora oggi, continuano ad essere le vittime di una violenza cieca e brutale.

Al nome di Ipàzia è, oggi, idealmente legato il Centro Internazionale delle Donne e della Scienza, istituito dall’UNESCO a Torino nel 2004.

Dai tempi di Ipàzia al recente “femminicidio” di Giulia, non meno brutale, nulla è cambiato. L’essere “donna” continua ad essere un ostacolo pericoloso per ogni tipologia di libertà del “pianeta donna”…

Onore al ricordo di Ipàzia ed un memore pensiero per l’innocente Giulia!

(In memoria di Romy)

Filippo Ungaro


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