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Trani, storie di barche rubate ed affondate: quella dei Ruggia è una miniera di ferro

Fra barche rubate ed altre affondate, il Comune di Trani si ritrova a cacciare soldi nella speranza da una parte di cadere in piedi, dall'altra di rivalersi su proprietari sempre più introvabili. Denominatore comune di entrambe le storie, la darsena comunale.

FURTO, TRANSAZIONE E RIVALSA

Si comincia nel 2015, quando nottetempo un gommone di recente acquisto, dotato di un motore particolarmente performante, fu rubato da ignoti da uno dei pontili del porto turistico senza che alcuno si accorgesse di nulla.

Il proprietario ci mise un po' per diffidare Palazzo di città al risarcimento del danno, chiedendo nel 2020 una somma di poco superiore ai 10.000 euro: nei giorni scorsi si è giunti ad una transazione grazie alla quale il diportista ha accettato 6.500 euro, rinunciando a qualsiasi ulteriore azione legale nei confronti dell'ente.

Il Comune di Trani, che in tal modo ha almeno limitato i danni, ha subito avviato l'azione di rivalsa. Amet - che aveva suggerito al suo socio di non procedere alla transazione per approfondire in giudizio alcuni aspetti relativi ai movimenti di quel gommone -, a sua volta si riserva di agire nei confronti della Vigilanza notturna tranese, che nel 2015 si occupava della sorveglianza del porto turistico ma non avrebbe avuto la «prontezza di riflessi» di accorgersi del furto in atto. Oggi la Vigilanza notturna non esiste più ed è stata incorporata da altra società che svolge quel servizio in darsena.

Morale della favola: le presunte omissioni di custodia, da parte di chi avrebbe dovuto vigilare la darsena comunale e forse non lo ha fatto come avrebbe dovuto, le paga la cittadinanza nell'attesa di tempi migliori.

L'AFFONDAMENTO DELLA BARCA FANTASMA

Ancora oggi, nell'area dei capannoni Ruggia in corso Imbriani, giace coricata su un fianco una grossa imbarcazione, mai reclamata da alcuno e di cui non si è mai accertata l'esatta proprietà, per la quale nel 2019 il Comune di Trani spese 17.000 euro per rimuoverla dopo l'affondamento del 12 marzo di quell'anno.

Palazzo di città, diffidato dalla Guardia costiera, dovette adempiere con urgenza alle operazioni di recupero del natante, per evitare il rischio della dispersione di carburante ed olio lubrificante del bacino portuale, che avrebbe potuto determinare una contaminazione che sarebbe potuta sfociare in grave inquinamento.

L'imbarcazione, denominata Miky II, lunga 11 metri e larga 3, era stata abbandonata all'ormeggio addirittura nel 2012, finendo per affondare sette anni dopo a causa del degrado provocato dalla mancata manutenzione. Il Comune, dopo avere estratto il relitto dalle acque, lo depositò ai capannoni Ruggia in sostituzione del deposito di Amet, sito in contrada Monachelle ma non autorizzato dall'azienda ex municipalizzata.

RICERCA E INCHIESTA

Palazzo di città provò ad individuare la sede della società proprietaria dell'imbarcazione per il recupero delle somme anticipate in danno, ricostruendo uno scenario complesso: il proprietario concessionario dell'ormeggio non lo era più già dal 2012; una società di Cinisello Balsamo aveva rilevato il natante; successivamente era stata incorporata da un'altra società, poi fallita. Pertanto il Comune di Trani, ove mai volesse recuperare almeno una parte di quelle somme, dovrebbe insinuarsi nel fallimento sperando di recuperare quelle che sarebbero autentiche briciole.

Ma si ha notizia anche di un procedimento penale della Procura di Trani nei confronti di uno o più indagati: l'indagine è ancora aperta.

DA GIOIELLO A RIFUTO

Intanto il relitto è sempre lì, assimilabile ad un vero e proprio rifiuto, apparentemente lontano dagli occhi e dal cuore, ma in realtà alla mercé di tutti. Tanto è vero che viene quasi quotidianamente depredato di pezzi da parte di soggetti che li rivendono al mercato nero. Il mezzo più presente nella zona è un motocarro a tre ruote, ma ieri è comparso persino un autocarro con gru. Davvero una fine ingloriosa per quella che una volta sembrava un'imbarcazione di prestigio, ma oggi appare la rappresentazione plastica di come «non» vada gestito un porto turistico.


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