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«Violenza privata su testimoni», Cassazione conferma condanne degli ex Pm di Trani Ruggiero e Pesce

Le sezioni unite della Corte di Cassazione hanno confermato la sanzione disciplinare inflitta dal Consiglio Superiore della Magistratura nei confronti dei due ex pubblici ministeri di Trani, tutt'ora in servizio a Bari, Michele Ruggiero e Alessandro Pesce: sono stati condannati in via definitiva per violenza privata su testimoni.

I fatti risalgono proprio all'epoca in cui erano in servizio a Trani quando, durante alcuni interrogatori, «avevano usato - secondo quanto confermato dalla Suprema Corte e riferito dal Foglio - modalità intimidatorie, violenze verbali e minacce sui testimoni per costringerli ad incolpare alcuni imputati di avere preso tangenti».

Entrambi si sono sempre difesi affermando che si erano limitati a richiamare le persone oggetto della loro attivitò di indagine circa i rischi cui sarebbero andati incontro in caso di dichiarazioni mendaci, ma il procedimento penale nei confronti dei due magistrati ha chiarito in maniera definitiva le loro responsabilità.

Così Ruggiero e Pesce sono stati condannati rispettivamente a sei e quattro mesi di reclusione, pena sospesa, ed alla sospensione dal servizio per 2 anni (il primo) e 9 mesi (il secondo). Al rientro Ruggiero sarà giudice civile a Torino e Pesce a Milano.

La Cassazione, secondo quanto riferisce a sua volta Il Fatto quotidiano, ha deciso ciò nella giornata di mercoledì 10 aprile con un provvedimento in cui le sezioni unite hanno respinto i ricorsi degli imputati contro le condanne già inflitte dalla sezione disciplinare del Csm, che quindi diventano esecutive.

La vicenda madre da cui si è mosso il procedimento è legata agli interrogatori nei confronti di tre dirigenti di un operatore economico, fornitore di servizi per la Polizia locale di Trani, cui veniva chiesto dai Pm di autoaccusarsi di avere pagato tangenti all'ex comandante della corpo, Antonio Modugno.

Delle pratiche utilizzate durante gli interrogatori si è però parlato ripetutamente anche con riferimento alle sommarie informazioni rese nell'ambito dell'inchiesta Sistema Trani, il cui conseguente processo si è concluso con assoluzioni, prescrizioni ma anche pesanti condanne nei confronti di alcuni degli imputati, che hanno già appellato la sentenza di primo grado.

E nel frattempo proprio due imputati del processo chiuso a Trani un anno fa, segnatamente l'ex vicesindaco Giuseppe Di Marzio (assolto) e l'ex istruttore amministrativo dell'Area finanziaria del Comune di Trani Sergio De Feudis (condannato), hanno denunciato Ruggiero per ipotesi legate non soltanto al modo in cui avrebbe condotto gli interrogatori, ma anche (nel caso di Di Marzio) alla discordanza fra i verbali e le fonoregistrazioni delle sit, circostanza che avrebbe determinato arresto ed imputazione di Di Marzio. Le loro denunce sono state unificate in un unico procedimento e martedì prossimo in quel di Lecce, dove la causa è incardinata, ci sarà una nuova udienza verso una sentenza che ormai non dovrebbe tardare.

Dopo tante inchieste, istruite prevalentemente da Ruggiero, e processi da esse scaturiti, al netto delle decisioni dei giudici in alcuni casi assolutorie ed in altri di condanna, gli ultimi sviluppi del procedimento contro lo stesso magistrato sembrano in qualche modo incrinarne l'immagine integerrima che aveva puntato a crearsi anche attraverso indagini particolarmente risonanti.

E la condanna della Cassazione fa risaltare, almeno limitatamente a questo particolare aspetto dell'attività professionale sua e del collega, un modus operandi censurabile ed oggi affermato come illegittimo. E la sua possibile ripetitività la farebbe apparire come un sistema di altra natura rispetto a quello che veniva da egli stesso contestato agli indagati, poi imputati.

Se da questo potrà poi scaturire un ribaltamento delle decisioni del Tribunale di Trani sarà la Corte d'Appello a chiarirlo, pronunciandosi non soltanto sulla base di prove che si formeranno nel dibattimento, ma anche di quegli sviluppi oggettivi consolidatisi oggi e di cui il processo di primo grado non avrebbe potuto - anche per questioni meramente temporali - tenere conto.

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