Signor Prefetto, autorità civili e militari, cari colleghi, gentili ospiti, signore e signori, amici,
è con profonda emozione che prendo la parola in questa giornata solenne.
Per la prima volta, l’Arma si presenta alla propria gente all’interno del maestoso Castello di Barletta, luogo intriso di storia e memoria, che oggi si fa teatro della nostra Festa.
Celebrare qui, in una cornice che affonda le radici nella nostra identità territoriale, ha un significato che va ben oltre le parole.
Celebrare, accompagnati dalle note dei ragazzi del Liceo Musicale Alfredo Casardi, è un privilegio che eleva il cuore.
PERCHÉ LORO SONO BELLEZZA
Quella che cresce tra uno spartito e un sogno, tra disciplina e passione.
Oggi non presenziamo soltanto a un anniversario o a un rito istituzionale.
Rendiamo omaggio alla presenza concreta, viva, quotidiana dell’Arma nel cuore della nostra provincia.
Rinnoviamo un legame autentico con le comunità, con i territori rurali, con le strade, le piazze, le case di ogni angolo di questa terra.
Un legame fatto di fiducia costruita giorno dopo giorno, di ascolto, di interventi discreti ma essenziali. DI PROSSIMITÀ VERA.
Essere qui oggi significa anche guardare a ciò che siamo e a ciò che vogliamo continuare a essere.
In un tempo in cui tutto corre, cambiano le minacce, cambiano le attese, cambiano le forme del bisogno, noi restiamo. Ma non restiamo fermi: restiamo presenti, vigili, capaci di rinnovarci senza mai smarrire la nostra identità.
La Disfida di Barletta, consumatasi proprio su queste terre, non è solo un episodio storico. È un simbolo. Il simbolo del coraggio di chi ha saputo reagire all’arroganza con fermezza, difendendo l’onore con dignità e forza d’animo.
Una sfida affrontata non per brama di potere, ma per verità e rispetto. In questo spirito ci riconosciamo. Eredi di un eroismo sobrio ma tenace.
Memori di questa identità, oggi ci stringiamo in un abbraccio collettivo a due uomini che incarnano in modo esemplare questi valori.
Questa Festa dell’Arma ha un sapore speciale, perché segna l’ultima volta in cui due straordinari Carabinieri indosseranno questa uniforme, circondati dai colleghi, dagli amici, da una comunità che li stima profondamente: Antonio Altavilla e Cosimo Damiano Porro.
Antonio porta con sé il segno indelebile di Nassiriya, quella ferita collettiva che ci ha toccato tutti, ma che lui ha vissuto sulla pelle e nell’anima. Eppure, non si è mai arreso.
Cosimo, ferito negli anni difficili di Palermo, ha continuato a servire lo Stato con lo sguardo limpido, anche quando ogni gesto sembrava una sfida.
Questo è un momento di gratitudine alla vostra storia che è diventata patrimonio dell’Arma.
Desidero ricordare le parole che Lord Byron affida al protagonista del Prigioniero di Chillon:
“Eppure ero libero: libero nell’anima,
anche se le catene mi serravano le membra.”
Così hanno vissuto Antonio e Cosimo: liberi, anche nei giorni più duri, perché incrollabile era la loro coscienza, incrollabile la loro fedeltà.
Avete lasciato un segno di coraggio, dedizione, umanità…un lascito che non sbiadirà, perché ciò che è stato fatto con onore resta, e si trasmette.
Grazie, Antonio.
Grazie, Cosimo.
Anche quest’anno, come già in passato, non elencherò le operazioni concluse né i risultati raggiunti. Non perché non siano importanti — lo sono eccome — ma sono convinto che la migliore consacrazione del nostro passato sia LANCIARCI SENZA INDUGIO NEL FUTURO.
È lì che si gioca il nostro compito, è lì che ci attende la nostra chiamata.
Perché chi serve lo Stato non appartiene mai solo al passato: è sempre un passo avanti, è sempre sulla soglia del domani.
Quel domani che è sempre una nuova sfida: essere un Comandante migliore, un riferimento saldo per l’Arma, un interprete lucido delle esigenze di sicurezza, un interlocutore affidabile per le istituzioni.
Perché solo alzando l’asticella possiamo essere davvero all’altezza del nostro compito.
Le istituzioni, attraverso i loro impareggiabili interpreti, incarnano un esempio nobile, al quale rivolgo il mio rispetto, la mia stima, la mia leale vicinanza.
Con molti di loro ho avuto il privilegio di condividere pensieri, visioni, tratti di strada: relazioni fondate sulla stima reciproca, illuminate da un’amicizia autentica, sincera e discreta.
In alcuni casi, avverto già la nostalgia — sottile, profonda — al solo pensiero di non ritrovarli più nella mia quotidianità.
Essi sono epigoni da onorare, custodi silenziosi di valori antichi e, insieme, argonauti coraggiosi del nostro viaggio: un cammino che ha come meta il bene della comunità e come vela il senso del dovere.
SIAMO QUI PER SERVIRE, NON PER ESSERE SERVITI.
Chi sceglie di indossare questa uniforme sa che non basta far rispettare la legge.
Si è chiamati a incarnare un codice di valori: ETICA, DISCIPLINA, SPIRITO DI SERVIZIO.
Si è, prima ancora che militari, testimoni. E i testimoni devono essere credibili.
In questa vocazione c’è una parola che uso spesso e che viene da molto lontano: AGAPE. Un amore disinteressato per il bene comune. Un amore che non cerca il proprio tornaconto, ma si dona, silenziosamente, ogni giorno.
Accanto all’agape, c’è la timè…l’ONORE. Non come retorica, ma come scelta quotidiana. L’onore militare è agire con rettitudine anche quando nessuno guarda. E con l’onore viene la combattività. Non la rabbia cieca, ma la forza interiore di chi, davanti alla minaccia, non arretra.
“PER UN GUERRIERO È INDEGNO MOSTRARSI INDECISO O ABBATTUTO.”
Non possiamo permetterci la rassegnazione. Chi vacilla, chi si arrende, lascia spazio al disordine.
E allora sì, dobbiamo restare saldi. Anche quando è difficile.
Anche quando è la nostra stessa vita a essere in bilico.
Non è sprezzo del pericolo, è anelito all’ardimento e al coraggio morale: ardimento nel prendere iniziative difficili e rischiose per il bene comune, coraggio morale nel fare sempre ciò che è giusto, anche quando costa sacrificio personale.
Chi indossa un’uniforme e lotta per un ideale deve essere risoluto, impavido, inamovibile nella coscienza.
E noi, Carabinieri dell’oggi, dobbiamo far nostro questo messaggio, traducendolo a ogni passo in azioni concrete al servizio della legge e della comunità.
Perché chi serve uno scopo più grande di sé stesso, cammina con passo più sicuro.
E a chi, con disfattismo o superficialità, ci dice che è tutto inutile, che nulla cambierà, che è impossibile migliorare, voglio rispondere con un pensiero che condivido profondamente:
“CHI DICE CHE È IMPOSSIBILE, NON DOVREBBE DISTURBARE CHI CE LA STA FACENDO.”
Perché noi ce la stiamo facendo. Con fatica, sì. Ma anche con determinazione, con lucidità, con amore per questa terra.
E per questo, ringrazio i miei Carabinieri.
Per ogni ora di servizio. Per ogni notte trascorsa in silenzio sulle strade. Per ogni volto ascoltato. Per ogni ingiustizia contrastata. Per ogni vita protetta.
So bene che ogni medaglia al valore, ogni operazione brillantemente conclusa, ogni vita salvata, non deve spingerci alla vanagloria.
Ci deve condurre in avanti. Verso il dovere che resta. Verso il futuro che ci attende. Verso la promessa che ancora dobbiamo onorare.
E allora sì… Qui noi restiamo.
Restiamo quando è buio.
Restiamo quando è difficile.
Restiamo quando sarebbe più comodo voltarsi altrove.
Restiamo quando c’è da proteggere.
Restiamo quando c’è da ascoltare.
Restiamo quando c’è da intervenire.
Restiamo. Sempre.
Restiamo perché qualcuno deve esserci.
Perché qualcuno deve credere ancora.
Perché qualcuno deve resistere, spiegare, ricominciare.
Restiamo dove c’è bisogno. Nelle strade dimenticate. Nelle campagne isolate. Nei cuori feriti. Nelle notti senza rumore.
Restiamo senza clamore, senza pretese, senza paura.
Restiamo perché questa è la nostra scelta.
La nostra identità. La nostra missione.
Colonnello Massimiliano Galasso - Comandante provinciale Carabinieri Bat
