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«Il ragazzo con la kefiah arancione», la Palestina raccontata con la forza della narrativa

Martedì 8 luglio, nella Biblioteca Comunale di Trani, si è tenuto l’evento conclusivo de I Dialoghi di Trani, interamente dedicato a Gaza. A rendere possibile l’iniziativa, l’associazione culturale La Maria del porto in collaborazione con il Comune di Trani e la Regione Puglia. L’incontro ha acceso i riflettori sul dramma umanitario e sul genocidio in corso nei territori palestinesi.

Al centro della manifestazione, la presentazione del romanzo Il ragazzo con la kefiah arancione di Alae Al Said, scrittrice italo-palestinese nata e cresciuta in Italia, ma da sempre legata alle sue origini. Con sensibilità e profondità, l’autrice racconta una storia ambientata nella Cisgiordania degli anni ’60, ad Al Khalil (Hebron), mettendo in luce le dinamiche del bullismo come metafora dell’oppressione subita da un intero popolo.

Esso segue la vita di due ragazzi, Loai e Ahmad, i quali, pur vivendo nella stessa città, affrontano realtà completamente diverse: uno è forte e sicuro di sé, l’altro è debole e insicuro; uno è indifferente ai commenti altrui, l’altro soffre per gli insulti dei bulli; uno ha una famiglia che lo sostiene, l’altro ha un padre severo. Il libro rimarca il divario tra i due protagonisti, la fortuna dell’uno in contrapposizione del vissuto con dolore dell’altro. Riusciranno i due a coltivare la loro amicizia nonostante le differenze? Che impatto avrà la guerra sul loro legame?

La manifestazione ha affrontato le dinamiche del rapporto creatosi fra i protagonisti, ma soprattutto conflitto e ingiustizie. Il bullismo non è altro che una metafora per indicare la sottomissione della Palestina: come un ragazzino soffre poiché escluso dai propri amici, allo stesso modo un popolo è afflitto perché escluso da un’intera società.

L’incontro è stato una fondamentale testimonianza di ciò che sta accadendo in Palestina da quasi un secolo. Queste pagine non soltanto vogliono offrire consapevolezza ai lettori, ma anche speranza perché anche quando la vita risulta difficile bisogna “trovare altri posti dove rifiorire”. Le parole scritte nel racconto ci dovrebbero far ricordare il vero significato di umanità, al giorno d’oggi dimenticato.

Il ragazzo con la kefiah arancione non è solo un racconto di formazione, ma un atto di denuncia, un invito alla consapevolezza e un messaggio di speranza: anche quando tutto sembra perduto, è possibile “trovare altri posti dove rifiorire”.

Le parole di Alae Al Said ci richiamano a una responsabilità collettiva:

Noi siamo complici, se rimaniamo in silenzio.
Noi siamo complici, se facciamo finta di niente.
Noi siamo complici, se ci giriamo dall’altra parte.

Il futuro siamo noi ed è necessario difendere la dignità umana anche quando è comodo ignorarla.

Redazione del Giornale di Trani- Articolo e intervista a cura di Annalisa Bocci


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