Lorenzo Tedeschi e Donata Di Meo, coordinatori del Polo della Cura, intervengono sulle crescenti tensioni fra minori nel territorio, definendole la «spia di un’emergenza sociale che non possiamo più ignorare». Essi osservano che i ragazzi coinvolti negli atti di violenza agiscono come giovani che non sanno «più nominare le proprie emozioni», che non hanno adulti a cui affidarsi e che si muovono in «branchi spinti da un’energia rabbiosa e muta». Questa situazione è specchio di famiglie che, spesso, non riescono più a «davvero vedere» cosa accade nel mondo emotivo dei propri figli.
La rabbia dei giovani, sottolineano gli autori, non nasce dal nulla; sebbene le dinamiche digitali e i social amplifichino i conflitti, la radice più profonda del problema si riscontra negli sportelli di ascolto del Polo della Cura: ragazzi che non parlano e genitori che non sanno più da dove iniziare. Questo non è dovuto a cattiva volontà, ma a «smarrimento» e «mancanza di strumenti». I genitori confessano: «Non riconosco più mio figlio», mentre i figli dicono: «A casa non posso dirlo, non capirebbero», creando una «frattura affettiva» che sta diventando strutturale.
A supporto di questa tesi, l'ultima Indagine nazionale Ipsos 2024 sulla relazione genitori–adolescenti rivela che il 52\% degli adolescenti italiani dichiara di «non sentirsi ascoltato in famiglia», e un genitore su tre afferma di non sapere come affrontare i momenti di fragilità emotiva dei figli. Di fronte a emozioni complesse, i giovani non trovando un canale relazionale, trasformano il conflitto non espresso in azione distruttiva, spesso agita in gruppo. Questa situazione non è un’accusa, ma una «fotografia» che riguarda l'intera società. Secondo Tedeschi e Di Meo, la brutalità fisica mostrata in questi atti è «spiegabile» come «il gesto estremo di una assenza: assenza di parole, di ascolto, di adulti significativi». Anche l’indifferenza dei passanti racconta una «società frammentata, ripiegata, spettatrice della sofferenza altrui».
È da questa emergenza «educativa, emotiva, culturale» che nasce il Polo della Cura: una rete di oltre 20 realtà del terzo settore (associazioni, cooperative sociali ed enti no profit) che lavorano insieme per offrire un supporto concreto e potenziato sul territorio. I servizi offerti includono: sportelli di ascolto psicologico, sostegno materiale e banco alimentare, supporto alle vittime di violenza, assistenza a chi affronta patologie e «spazi per le famiglie che non sanno da dove ricominciare con i propri figli». Il Polo della Cura nasce per questo: perché nessuno, né un adolescente né un genitore, debba affrontare la propria fragilità da solo, poiché ascoltare, prevenire ed educare alla relazione «è l’unico antidoto possibile a quella spirale di rabbia». Concludono affermando che la distanza tra genitori e figli non è un destino, ma «un luogo che possiamo - e dobbiamo - ricostruire. Insieme».
