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Riforma giustizia, sì o no? A Porta Nova gran pubblico e fermezza delle idee

Quelli del "Sì": «La riforma è un passo necessario verso la piena garanzia della terzietà giudiziaria». Quelli del "No": «Rappresenta un rischio per l'autonomia della magistratura e un inutile spreco di risorse, senza migliorare l'efficienza della giustizia».

Il confronto, svoltosi presso Hub Porta Nova, ha visto professionisti del diritto confrontarsi sulla proposta di riforma costituzionale riguardante l'ordinamento giudiziario, con un'attenzione particolare al tema della separazione delle carriere e al voto referendario.

Francesco Pacini, referente di Libera Trani, parlando a nome degli organizzatori, ha sottolineato la duplice motivazione dell'iniziativa: riportare i cittadini al voto, visto l'alto astensionismo riscontrato nelle ultime tornate elettorali; creare consapevolezza sulla riforma. E ha rimarcato come il non esercitare il diritto di voto lo renda «automaticamente un diritto minacciato», sottolineando il fatto che «la riforma in discussione è costituzionale e potenzialmente coinvolge tutti, non solo gli addetti ai lavori».

LE RAGIONI DEL SÌ

I sostenitori del «Sì» – gli avvocati della Camera Tullio Bertolino, Luigi Gagliardi e Angelo Scuderi – hanno focalizzato il loro argomento sulla garanzia della terzietà e dell'indipendenza del giudice, vista come un naturale completamento dell'articolo 111 della Costituzione, che introdusse il principio di imparzialità e terzietà.

L'avvocato Scuderi ha chiarito subito che la riforma costituzionale «nulla c'entra» con la velocità dei processi, ma mira a garantire processi «più garantiti, costituzionalmente in forza della terzietà del giudice, ottenibile solo con la separazione delle carriere e un doppio Csm». Ha inoltre respinto l'idea che la riforma sia eversiva o golpista, sottolineando come sia stata a lungo voluta anche dall'avvocatura.

L'avvocato Gagliardi ha ribadito come la richiesta di riforma sia «storica, portata avanti dall'Unione delle camere penali, e miri all'equilibrio tra accusa e difesa, in linea con il codice di procedura penale di stampo accusatorio». L'obiettivo è «la creazione di un triangolo isoscele in cui accusa e difesa abbiano la stessa distanza dal giudice, fornendo al cittadino un'idea di equidistanza e rendendo la sentenza accettabile in quanto frutto di un iter paritario».

L'avvocato Bertolino ha portato dati sulla percezione dell'indipendenza della giustizia italiana in Europa (ultimo posto secondo una ricerca Eurostat) per sostenere la necessità di cambiamento. E ha contrastato il timore della politicizzazione del futuro Csm (diviso tra giudici e pm, con una componente laica) con una critica alla presunta politicizzazione già presente nelle correnti dell'attuale Csm. Per Bertolino «votare "Sì" significa dare fiducia a un nuovo assetto della magistratura».

LE RAGIONI DEL NO

I sostenitori del «No» - la dottoressa Angela Arbore (presidente del Tribunale del lavoro), il procuratore, Renato Nitti, e il suo sostituto, Marco Gambardella - hanno espresso forti riserve sul testo proposto, in particolare sui suoi effetti sistemici e finanziari.

Nitti ha concordato sul fatto che la riforma «non serve a rendere un processo più veloce», né più efficiente, citando anche le affermazioni del Ministro Nordio. Ha però sollevato il dubbio sulla sua reale utilità, definendola «una riforma divisiva». E ha invitato a considerare la riforma non isolatamente, ma nel contesto di altre che modificano l'assetto della giustizia, la democrazia partecipata e l'unità dello Stato, paventando un «totale indebolimento di tutti i presidi di legalità».

Gambardella ha definito la dicitura «riforma della giustizia» e «separazione delle carriere» come una «truffa dell'etichetta», poiché a suo dire non si tratta di riforma della giustizia, ma dell'ordinamento giudiziario, e le carriere sono già di fatto separate. Forte in lui il timore che «lo smembramento dell'ordinamento giudiziario, con la creazione di due Csm e di una Alta corte disciplinare, alteri lo status del pubblico ministero, trasformandolo in un organo auto-referenziale o, peggio, sottoposto alla politica, con rischi per l'indipendenza». E ha anche messo in discussione l'idea della parità delle armi, sottolineando come il Pm non sia solo un accusatore, «ma un magistrato che veglia sull'osservanza delle leggi».

Per la presidente Arbore il voto "No" «è l'unica via per difendere i diritti delle cittadine e dei cittadini». E ha criticato aspramente l'introduzione del sorteggio per la selezione dei membri togati del Csm, definendola «un principio pericolosissimo di indebolimento e delegittimazione che minerà le radici dell'articolo 104 della Costituzione». Ha inoltre sollevato il problema della copertura finanziaria, stimando un incremento annuale dei costi di funzionamento dei due Csm e dell'Alta corte di circa 94 milioni di euro, «risorse che andrebbero investite altrove, data la situazione di povertà del Paese».

Soltanto l'ultima domanda, circa il fatto se il referendum sia una misura del consenso politico, ha trovato l'unanimità nel negare tale strumentalizzazione: «Il focus del dibattito - ha risposto Bertolino, mentre gli altri cinque ospiti annuivano - è sulla carne viva dell'Italia e non sulla politica di parte».


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