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La memoria come atto vivo «Stelle di cannella» al Mimesis

Una struttura essenziale, voci che si alternano, parole che pesano. Al Teatro Mimesis di Trani, la Giornata della Memoria ha assunto la forma di un percorso teatrale dedicato a «Stelle di Cannella» opera letteraria di Helga Schneider. Ricordare, qui, non ha significato soltanto commemorare, ma comprendere, riconoscere i meccanismi che hanno reso possibile l’orrore e interrogare il presente. È in questa prospettiva che va letta la serata teatrale dedicata all’opera della scrittrice, pensata non come rito, ma come esercizio di consapevolezza.

Promossa dall’associazione culturale «Oltre la Memoria», la serata ha evitato consapevolmente ogni tono celebrativo, scegliendo la via più esigente dell’ascolto e della riflessione. Una struttura essenziale, composta da interventi e letture sceniche, ha affidato alla parola  e ai silenzi che la circondano  il compito di far emergere interrogativi, più che di offrire risposte rassicuranti. Ad aprire la serata, la voce del maestro Marco Pilone con "Sono solo un bambino": un testo che ha immediatamente evocato la fragilità dell'infanzia e posto il pubblico in una condizione di ascolto profondo.  A introdurre l’incontro è stata Francesca Carrera, che ha illustrato il percorso della serata e il significato dell’iniziativa nel contesto della Giornata della Memoria.

«Stelle di Cannella» racconta l’amicizia tra due ragazzi nella Berlino dei primi anni Trenta, un legame che si incrina lentamente con l’affermarsi del nazismo. Schneider sceglie di non rappresentare il male come un evento improvviso, ma come un processo graduale: l’ideologia che si insinua nella quotidianità, modifica il linguaggio, altera le relazioni, normalizza il pregiudizio. È proprio questa dimensione ordinaria a rendere il romanzo uno strumento prezioso, soprattutto per le nuove generazioni, perché mostra come l’odio possa crescere senza mai dichiararsi apertamente tale.

Le letture sceniche, affidate a Isabella Spadavecchia, Giuseppe Bucci e Samuele Totaro, hanno trovato nella voce di Renzo Samaritani Schneider, figlio della scrittrice, il loro centro emotivo e narrativo. La sua lettura ha attraversato l’intera serata come un filo continuo, tenendo insieme i diversi frammenti del testo e accompagnando il pubblico in un percorso di ascolto progressivo, intimo e consapevole. Non una presenza di raccordo, ma una voce che si è fatta memoria incarnata, capace di sostenere il peso della testimonianza senza mai forzarne l’emozione.In questo equilibrio delicato tra misura e intensità, la regia di Massimiliano Deliso ha scelto una messa in scena asciutta, priva di sovrastrutture, lasciando che fossero le parole a guidare l’ascolto. Ne è emerso un percorso narrativo capace di coinvolgere senza spettacolarizzare, di emozionare senza semplificare.

La figura di Helga Schneider, scrittrice tedesca residente in Italia, ha attraversato idealmente tutta la serata. La sua opera, segnata da una riflessione lucida e dolorosa sulla responsabilità individuale e familiare durante il nazismo, continua a offrire strumenti essenziali per comprendere come il male possa diventare “normale” quando non viene riconosciuto e contrastato. A rafforzare il valore pubblico e civile dell’iniziativa, nelle stesse ore dedicate alla Giornata della Memoria il percorso di riflessione legato a Stelle di Cannella ha trovato spazio anche nel dibattito televisivo. Nella mattinata del 27 gennaio 2026, su Tele Norba, all’interno della trasmissione Mattino Norba, Renzo Samaritani Schneider è stato ospite in dialogo con la giornalista Valentina De Palma,con un intervento telefonico straordinario della stessa Helga Schneider. Un confronto che ha ampliato il raggio dell’iniziativa teatrale, portando il tema della memoria dal palcoscenico allo spazio dell’informazione e ribadendo l’attualità delle domande sollevate dal libro.

Nel corso della serata teatrale, la memoria è emersa come una responsabilità condivisa. «Questa storia non appartiene solo alla mia famiglia- è stato ricordato da Renzo Samaritani Schneider-,  ma a chiunque la ascolti». Ogni racconto, infatti, crea un legame e affida a chi ascolta il compito di non dimenticare, di riconoscere i segnali, di non voltarsi dall’altra parte. La serata si è conclusa con la poesia del maestro Pagano, un momento finale di grande intensità emotiva che ha restituito al pubblico il senso più profondo dell’intero percorso.

Stelle di Cannella ci ricorda che in ogni guerra non esistono veri vincitori, ma solo vittime, e che troppo spesso a pagare sono gli innocenti. In un presente segnato da nuove forme di esclusione e discriminazione, non servono più stelle cucite sui cappotti: bastano le etichette. Immigrato, straniero, diverso. Ogni giorno qualcuno viene escluso, ridicolizzato, perseguitato per ciò che è, mentre altri scelgono il silenzio, convinti che “non sia affar loro”. È così che l’orrore ricomincia: non con i campi, ma con l’indifferenza. Il primo passo verso la disumanizzazione non è la violenza, ma l’assenza di presa di posizione.

La cultura, quando rinuncia alla retorica e sceglie la complessità, è uno strumento decisivo per costruire consapevolezza e futuro. E la memoria, quando resta un atto vivo, non ci immobilizza nel passato: ci costringe a scegliere, ogni giorno, da che parte stare. Dalla parte dell’umano, anche quando è scomodo, anche quando costa.

Perché queste non sono storie vecchie: sono storie che ci tengono vivi.

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