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Tv e censura tra eros, politica e gaffe: ciclone Morizio al Dino Risi

Un incontro per analizzare quanto il costume italiano sia mutato attraverso i filtri, spesso goffi, del controllo televisivo, offrendo una chiave di lettura divertente ma documentata su un pezzo fondamentale della storia sociale italiana.

Intorno a questo, e molto altro, si è tenuta venerdì scorso al Circolo del cinema Dino Risi di Trani la serata «Mio Dio no! Quando la censura faceva spettacolo», un viaggio nostalgico e profondamente ironico nelle pieghe della televisione italiana delle origini, condotto dal giornalista e regista Pierluigi Morizio.

L'incontro si è proposto come un percorso storico attraverso i primi vent'anni della storia della televisione italiana, un'epoca contraddistinta da un paradosso affascinante: da un lato una censura inflessibile su temi scottanti come la politica e l'eros, dall'altro una capacità divulgativa e pedagogica che ha letteralmente fatto l'Italia.

Morizio ha mostrato pezzi irripetibili di storia della televisione, tutti riconducibili alla censura, dal balletto dello scandalo de «La piazzetta» (1956) a Camilleri ed Eduardo, passando per Aroldo Tieri, Tognazzi e Vianello.

«Che senso ha parlare oggi di censura televisiva in un'epoca in cui il massimo che ci concediamo è la fascia protetta?», abbiamo chiesto a Morizio: «Ha senso, perché c'è qualcosa di brutto e sottile di cui non ci si accorge. Adesso censura significa specialmente non rispondere alle domande. Ma c'è ancora tanta censura, addirittura mi è giunta voce che ci sono ancora in alcune emittenti, per causa di alcuni direttori di cui non faccio il nome, alcune parole proibite che non si possono dire ad oggi, nel 2026».

Il giornalista ha citato esempi contemporanei di censura: «La censura che non stupisce è quella di Donald Trump che dice alla giornalista "io non le rispondo perché lei non ama l'America". È una forma di censura quella».

Morizio ha sottolineato come «la censura è stata sempre qualcosa che ha ovviamente oppresso la libertà o ha stimolato anche la fantasia nel girarla. La creatività nasce dalla necessità. Quando si ha tutto, è come se non si avesse niente, invece gli ostacoli fanno sì che gli artisti, comunque le persone di genio, inventino qualcosa per dire esattamente le stesse cose nonostante la censura».

Il titolo della serata richiama un pezzo di Battisti e Mogol in cui però sono invertite due parole: quella canzone si chiama «Dio mio no», in cuie Battisti lascia intendere che stia succedendo qualcosa con la sua ragazza di molto intenso dal punto di vista sessuale senza dirlo esplicitamente. «Era una critica all'autocensura - ha spiegato Morizio -. Mogol ha scritto molto di se stesso e delle sue avventure. Il testo che viene citato parla chiaramente di una specie di autocensura, e in effetti questa performance vuole anche ricordare quella che è una specie di autocensura indotta in cui non si parlava di certe cose pur potendone parlare. Il problema è che tutti pensiamo a una censura di categoria sessuale, e invece quella è solamente la minima parte, c'è ben altro».

Con il Giornale di Trani Morizio ha affrontato anche il tema dell'odio che emerge dalle parole e di quanta censura ci dovrebbe essere per attenuare i toni: «Non credo che ci dovrebbe essere censura, credo che ci dovrebbe essere educazione, formazione. All'alzata dei toni bisognerebbe rispondere con la negazione, con il silenzio. Alle persone che alzano i toni si dovrebbe girare le spalle e semplicemente non sentirli».

https://www.youtube.com/watch?v=Wz2mA6k8b0o

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