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Sit aggressive, Porro punta il dito sugli ex Pm di Trani: «Lavorano nonostante i danni arrecati»

La trasmissione di approfondimento giornalistico di Rete 4, Quarta Repubblica, condotta da Nicola Porro, ieri sera è tornata a occuparsi delle vicende giudiziarie che hanno coinvolto la città di Trani. Il focus si è concentrato sulla gestione delle indagini da parte degli ex pubblici ministeri Michele Ruggiero e Alessandro Donato Pesce, condannati in via definitiva per violenza privata nei confronti di alcuni testimoni.

Il programma ha puntato i riflettori sugli audio delle sommarie informazioni testimoniali raccolte nel 2014, ma anche per altri procedimenti quasi coevi (il caso di un imprenditore 80enne cardiopatico). In questi file, resi disponibili dal pubblico ministero durante il processo «Sistema Trani», si ascoltano le forti pressioni esercitate sui testimoni — persone informate sui fatti e dunque sentite senza l'assistenza di un avvocato — per indurli a confermare l'impianto accusatorio. Porro ha descritto il clima di quegli anni definendo i magistrati coinvolti come «pm sceriffi» e ricostruendo la spettacolarizzazione degli arresti che colpirono l'allora amministrazione comunale.

Nel corso del dibattito in studio, è emerso un amaro paradosso riguardante il destino dei protagonisti di quella stagione: «Gli unici, dopo dieci anni, a mantenere il proprio lavoro sono i condannati, e non gli assolti», è stato osservato durante la trasmissione. Il riferimento è a Luigi Riserbato, ex sindaco di Trani, e al suo vice dell'epoca, Giuseppe Di Marzio, entrambi colpiti da misure cautelari (il primo ai domiciliari, il secondo in carcere) e successivamente assolti, i quali hanno visto le proprie carriere politiche e professionali stroncate. Al contrario, i magistrati condannati hanno continuato a esercitare le funzioni fino alla sentenza definitiva e, pur dopo le sanzioni del Csm, restano nell'organico della magistratura.

L'analisi si è poi spostata sul ruolo delle correnti all'interno del Consiglio superiore della magistratura. Gli ospiti hanno discusso di come le logiche di appartenenza possano aver influenzato i procedimenti disciplinari. È stato evidenziato il rischio che l'organo di garanzia si trasformi in un «parlamentino» dove le decisioni vengono prese in base ad accordi tra le diverse aree ideologiche, piuttosto che sul merito e sulla gravità dei fatti.

La vicenda di Trani è stata così utilizzata non come arricchimento di una notizia, che non c'era, ma caso emblematico nel più ampio dibattito sulla riforma della giustizia e sui temi referendari legati alla responsabilità dei magistrati.


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