Un incendio è divampato nel tardo pomeriggio dello scorso 23 giugno all'interno dell'ex distilleria Angelini. Una densa nube nera, che si è temuto fosse tossica, ha avvolto l'area a cominciare dall'attiguo castello svevo. Il traffico nella zona è stato deviato dai vigili urbani, presenti sul posto con due pattuglie. I Vigili del fuoco sono arrivati tempestivamente per spegnere il rogo, operazione riuscita. La nube di fumo nero in quel momento era visibile in tutta la città. Il rogo è stato descritto di ingenti proporzioni perché dovrebbe avere interessato un silo mai bonificato all'interno del vecchio impianto, da tempo dismesso, tuttora soggetto a curatela fallimentare, ufficialmente sotto sequestro ma facilmente accessibile a chiunque soprattutto dal lato prospiciente il mare.
L'episodio ha rilanciato il dibattito sul futuro utilizzo della struttura, che nei progetti dell'amministrazione dovrebbe esser acquisita dal Comune e destinata a cittadella giudiziaria. La Soprintendenza, però, avrebbe posto un vincolo sull'area per presunti interessi di archeologia industriale.
Ma la notizia di cronaca che ha destato maggiore impressione nelle ultime due settimane è quella dell'arresto di un insospettabile nucleo familiare (marito, moglie e due figli), i Di Noia, commercianti del settore lapideo tutti finiti in carcere per il reato di usura. Militari del Comando provinciale della Guardia di finanza di Bari, infatti, al termine di lunghi e complessi accertamenti disposti dalla Procura della Repubblica di Trani, lo scorso 30 giugno hanno dato esecuzione a cinque ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti di altrettanti soggetti e sequestrato beni per un valore complessivo di circa 3 milioni di euro. Il quinto soggetto, per la cronaca, è un albanese. Due delle cinque persone erano deputate esclusivamente al riciclaggio dei proventi d'usura. Gli accertamenti delle Fiamme gialle erano stati avviati nel corso del 2008 a seguito di dichiarazioni rese da alcuni imprenditori di Trani ricorsi a prestiti usurai e costretti a pagare interessi annui anche del 140 per cento.
La Polizia, invece, è riuscita con una brillante operazione della squadra scientifica, soprattutto, ad invidiare ed arrestare l'autore di una rapina che destò viva preoccupazione per il modo in cui era maturata ed il rischio che si potesse ripetere ovunque.
Era accaduta il 3 marzo, in una appartamento della centralissima via De Cuneo, all'interno del quale due coniugi furono bloccati prima e rapinati poi da due finti corrieri postali che, vestiti come tali, si erano fatti aprire la porta per consegnare un finto pacco, strumentale al colpo. I due coniugi, terrorizzati sotto la minaccia di un'arma, furono costretti a consegnare circa 2.000 euro ed una ingente quantità di preziosi, tra cui orologi di notevole valore commerciale. Raccolto il bottino, i due delinquenti si dileguavano prontamente, lasciando però inacautamente impronte proprio sul finto pacco e su altri oggetti toccati durante la rapina. La Polizia riusciva così a risalire alle impronte digitali di Paolo Bevilaqua, barese di 25 anni, pluripregiudicato, sorvegliato speciale con obbligo di soggiorno in Bari, arrestato per rapina aggravata in concorso.
Un altro rapinatore finito in manette ad opera della Polizia è Francesco Losito, 40ene tranese specializzato in furti d'appartamento. La sua arma, però, è la capacità di compiere acrobazie per intrufolarsi nelle case e sgattaiolarci via. L'ultima prodezza, quella che gli è costata l'arresto, in via Nigrò, all'interno di una abitazione ubicata al primo piano, avevano appena consumato un furto. La segnalazione giungeva da un cittadino domiciliato nella predetta abitazione, insieme alla madre e alla nonna. Queste ultime, presenti in casa, non si erano accorte di nulla mentre il giovane, all'atto di rincasare, si avvedeva che all'interno dell'abitazione alcuni mobili erano aperti. Insospettito, perlustrava l'appartamento. Udendo rumori provenire da un balcone, che si presentava con le finestre spalancate, vi si portava immediatamente e lì coglieva un individuo nell'atto di scavalcare la ringhiera del suddetto balcone e successivamente, arrampicandosi sul cartello di una adiacente segnaletica verticale, scivolare lungo il palo per poi riuscire a scendere in strada e a dileguarsi. Inutile il tentativo di bloccarlo da parte del malcapitato, ma tuttavia il ladro era stato visto abbastanza da riuscire a fissarne corporatura e fisionomia. Immediato l'allerta alla Polizia che, in virtù delle indicazioni subito fornite, e della assoluta celerità dell'intervento, riusciva a sopraggiungere tempestivamente nelle immediate adiacenze della abitazione e ad arrestare l'uomo, riconosciuto in commissariato dal denunciante.
Sempre la Polizia ha fatto luce su una terza rapina, malamente camuffata dagli autori con una storia troppo pina di contraddizioni per essere credibile.
Il fatto era accaduto il 21 febbraio in un negozio di animali, protagonisti un uomo ed una donna i quali colpivano alle spalle la proprietaria e la spingevano su un divano, impossessandosi della sua borsa e fuggendo a bordo di un'autovettura. La vittima in sede di denuncia forniva un'esatta descrizione fisica dei due rapinatori, che però non trovava riscontro nei pregiudicati locali.
La mattina del 3 marzo Lucia de Palo, nata a Bitonto nel 1985, dopo essersi recata presso il Pronto soccorso di Trani con il suo fidanzato, Giuseppe Lella, 31 anni di Santeramo, denunciava al Commissariato di avere subito violenza sessuale da un uomo conosciuto quella stessa sera, di cui non sapeva fornire valide indicazioni. Secondo il racconto, l'aveva condotta in una zona periferica di Trani e lì aveva abusato di lei, rapinandola anche della somma di 360 euro.
La versione fornita dai due non convinceva però gli investigatori che, verificati anche i numerosi precedenti penali dei due, riuscivano a farli cadere in contraddizione, tanto da indurli a raccontare la verità. Si riusciva così a stabilire che la De Palo, che da poco aveva iniziato l'attività di meretricio, era stata convinta a denunciare il falso dal Lella per ripicca nei confronti di un suo recente protettore, che al termine della sua "giornata di lavoro" aveva avuto un rapporto sessuale con lei sottraendo anche la somma di denaro dalla stessa posseduta.
Nel corso della stessa attività investigativa, l'intuito portava i poliziotti, grazie ad alcune analogie sotto il profilo soggettivo, ad identificare i due anche come gli autori della rapina nel negozio di animali. La commerciante li riconosceva e per entrambi si aprivano le porte del carcere con le accuse di rapina aggravata per entrambi ed agevolazione e sfruttamento della prostituzione per il solo Lella.