Si sono concluse finalmente le operazioni di voto che hanno interessato in modo essenziale le regioni, e alcuni fatti vanno analizzati per i riflessi che si sono determinati. Partiamo dal più eclatante, l’astensione, che è un dato unificante perché coinvolge tutta la sfera elettorale. Questo atteggiamento che si era registrato alle elezioni europee e soprattutto nelle votazioni per il referendum ora si è verificato anche nelle amministrative, perché i cittadini hanno voluto dimostrare, non solo stanchezza, ma anche apatia verso la ripetitività del richiamo continuo al voto che, secondo una opinione diffusa, non cambia mai niente pur se i momenti elettorali dovrebbero e potrebbero dare lo spunto per il cambiamento.
Oggi uno dei mali della nostra società è quello di aver seppellito, in fretta e senza discussione, alcuni valori che avevano determinato un sentire comune fra le persone ed un coinvolgimento di militanza politica che è mancato e che avrebbe potuto impegnare ognuno nel confronto per creare una società diversa e migliore, ricercando una visione nuova che impegnava ciascuno a battersi per un modello piuttosto che per un altro e che avrebbe potuto rappresentare momenti di aggregazione di vaste schiere di elettori. In questo nostro Paese vi sono differenze chiare, vi sono motivi più che legittimi che inducono a valutare quali sono gli interessi da difendere e quali sono quelli da sacrificare in una scala gerarchica che potrebbe venire fuori dalla discussione e dal confronto e non dall’interesse di un capo. Adesso nella dialettica politica non sono chiari gli scopi per cui votare, le forze politiche si somigliano e non elaborano modelli alternativi sostanziali che possano richiamare il senso di un impegno ideale e motivazionale.
Per questo la gente si disamora e alla fine dimostra questo sentimento con l’astensionismo. Forse è vero che nel resto del mondo è così, ma l’Italia era abituata diversamente. Allora bisogna fare di tutto per ripristinare i circuiti dove, chiunque lo voglia, possa esprimere la propria soggettività e le proprie motivazioni in un confronto collettivo che costituisce il fondamento di una democrazia partecipata. Solo la consapevolezza che il futuro si costruisce quando si scende in campo direttamente può ricreare le condizioni per una nuova stagione di partecipazione e se il tutto lo si ammanta di valori e di ideali. L’altra questione è quella relativa ad un arretramento complessivo e generalizzato della sinistra in Italia, fatte alcune eccezioni tra cui la Puglia. Anche qui è molto semplice valutare il perché; e non può essere imputato al destino cinico e baro. In questi anni vi è stato un pensiero unico, soffocante e prevaricante, quello del mercato libero e senza regole, dove le voci che si contrapponevano venivano soffocate e denominate conservatrici. E così, poiché primeggiava indiscutibile la logica economica ad essa bisognava sacrificare diritti e prerogative conquistati con dure battaglie e tanti sacrifici, quindi sono stati distrutti e ridimensionati capisaldi della convivenza civile e democratica, compresi i diritti del lavoro e dei più deboli.
In tutto ciò la sinistra non si è sforzata molto nell’ individuare un modello alternativo, in grado di rispondere ai bisogni della società che diventava sempre più emarginante, disgregante e più povera. Aumentano le differenze e le diversità senza che a questo si riesca a mettere alcun freno. Così ha predominato la logica dei privilegi con la prospettiva che i più forti diventano sempre più forti, in quanto continuano a costruirsi leggi e privilegi, e i più deboli sempre più in difficoltà. Quindi, alla fine, se la sinistra ha dimostrato la sua incapacità a scegliere una strategia in difesa della coesione, chiedendo sacrifici maggiori ai più forti economicamente per sostenere quelli più deboli, non poteva, in assenza di una chiara e distinta alternativa politica, pretendere che le masse la sostenessero elettoralmente.
Oggi i cittadini italiani stanno vivendo una realtà molto difficile e complessa, aggrediti nei loro diritti essenziali che progressivamente vengono disconosciuti come tali, quali: il lavoro che è sempre più precario e sempre meno dignitoso; un contratto che ha perso il carattere della stabilità; una riduzione della salvaguardia del potere di acquisto dei salari e pensioni, un fisco non sempre equo; un welfare che ogni giorno si progetta di smantellare e, già così com’è, non è più in grado di rispondere alle nuove esigenze dei cittadini. Infine, una immigrazione che sta modificando il senso della convivenza e che viene vista, in questa fase, più come differenza preoccupante dal punto di vista della competizione sul mercato del lavoro che una ricchezza ed un valore aggiunto per le nostre economie. Questi sono i temi che debbono caratterizzare un nuovo modo di essere di sinistra e riformista, senza dimenticare anche qualche risposta rispetto alla violenza che sta aumentando nella società se si vuole essere in grado di ripristinare una adesione ampia ed un consenso della società civile intorno alle proprie liste.
Altra questione è la valutazione del dato elettorale da parte delle forze politiche, le quali, appena si delineano i primi dati, immediatamente tutte indistintamente dichiarano di aver vinto. E’ un modo di fare scontato, ma nelle ultime elezioni si è arrivati al paradosso e cioè, la sconfitta dell’opposizione sarebbe stata di poca entità. Evitando di chiederci qual è il quoziente di intelligenza che i nostri politici attribuiscono agli elettori, ci sembra che oggi convivano in Italia due sindromi: quella di una parte politica che esalta la vittoria in quanto vuole rappresentare l’uomo forte e vigoroso, e di fatto nasconde soprattutto un forte narcisismo. L’altra che, subendo una pesante sconfitta spiega, arrampicandosi sui vetri che, tutto sommato ha perso pochino… (meno 4 regioni); accontentandosi quindi di aver perso poco, invece di fare un’analisi impietosa del risultato e iniziare a porre in essere una strategia nuova e pregnante capace di mettere le basi per un futuro che determini la vincita delle prossime elezioni. Stando così le cose anche il sindacato perde la sua efficacia poiché le interlocuzioni si complicano, saltano i presupposti dell’unitarietà e tutto diventa più difficile, è quindi necessario riscrivere le regole del gioco per una rinnovata convivenza sindacale.
Il mondo è cambiato e non sempre questo cambiamento può essere considerato positivo, dobbiamo essere in grado, come sindacato, di metterci in discussione ed affrontare le tante tematiche presenti nella società e nel mondo del lavoro, convinti che dobbiamo ancora essere una forza di progresso, di emancipazione, di democrazia, di salvaguardia dei diritti e di civiltà giuridica e sociale. Non si possono aspettare i ritardi di qualche pezzo del mondo del lavoro. Il sindacato ha bisogno soprattutto della politica e della buona politica, non può farne a meno, pena la sua capacità di rappresentanza. E’ la politica che decide, che programma, che favorisce l’economia reale e i diritti delle persone e per questo il sindacato ha bisogno di interlocutori affidabili, tutti uguali, e tali vanno considerati, ma valutando anche chi è in grado di essere realmente vicino al mondo del lavoro e alla sua centralità. Ma, soprattutto, per uscire dalla sindrome della sconfitta, bisogna essere protagonisti e propositivi, essendo coscienti che per essere tali bisogna essere in grado di formulare idee e strategie unificanti e solidali.
Vincenzo Posa, Segretario Generale Uil Bat
