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Oltre la Franzoni, ecco le «spine»

Non di sola Franzoni vivono le vertenze di questi ultimi giorni. Quantunque quella relativa all’ex Filatura di Trani resti la più drammatica, nell’attesa dell’incontro del prossimo 27 aprile al Ministero dello sviluppo economico, adesso si profilano grane anche per i lavoratori di un ufficio importante come quello dell’Acquedotto pugliese, e nuovi timori per gli ex lavoratori della san Marco, già “socialmente utili”, oggi impiegati nei servizi di pulizia delle scuole.

Iniziamo da Aqp, problema portato alla luce inizialmente dal sindaco, Pinuccio Tarantini, che nei giorni scorsi ha paventato il presunto depauperamento dell’ufficio tranese partendo dalla notizia , riferita dallo stesso sindaco, «di un imminente trasferimento del capo compartimento di Trani, ingegner Trimigliozzi. Ne sono fortemente perplesso – scrive Tarantini -, poiché in una struttura di un ente strategico, quale appunto Aqp, generalmente al trasferimento di un capo di compartimento corrisponde un graduale smantellamento della struttura stessa. Infatti – secondo il sindaco - è difficile immaginare la sussistenza di un compartimento senza un responsabile a capo dello stesso».

A dare spessore alla protesta del sindaco, il presidente della giunta provinciale, Francesco Ventola, ed i sindaci degli altri comuni capoluoghi di provincia. Trani, infatti, serve un bacino molto grande, molto più che la semplice Bat, ma a questo punto ne diventa a maggior ragione un riferimento imprescindibile.

La sollecitazione del sindaco ha prodotto un’immediata replica,con tanto di smentita, da parte di Aqp: «Nessuna smobilitazione, anzi una riorganizzazione dei servizi che in ogni caso non penalizzerà il territorio. La struttura periferica di Trani, con i suoi uffici, non verrà chiusa e continuerà ad essere un punto di riferimento fondamentale per i cittadini, mantenendo inalterate le competenze. Il presidio del territorio nel suo profilo operativo rimarrà invariato sia nel numero degli operatori impiegati (fontanieri, specialisti nella ricerca perdite e nel risanamento delle reti, ingegneri, operatori impegnati nell’assistenza del cliente), sia nelle funzioni svolte che sono essenzialmente di assistenza commerciale al cliente e tecnico operative di gestione del sistema idrico, fognario. La riorganizzazione in atto manterrà inalterati presenza sul territorio e standard di servizio offerti al cittadino».

Allarme che pareva rientrato e, invece, a strettissimo giro di posta, il sindacato Cisal ha accresciuto i timori recando numeri importanti: «Ventidue lavoratori saranno trasferiti a da Trani a Bari. Come si fa ad affermare che l’ufficio di Trani resta così com’è?». A parlare, Pasquale Lattanzio e Vito Romano, rispettivamente segretario nazionale e regionale della Cisal Federenergia, che rilanciano ed amplificano l’allarme del sindaco. Secondo i dati in possesso di quest’organizzazione, infatti, non soltanto il capo compartimento di Trani, ma ben ventidue unità lavorative a Trani (e quindici a Brindisi), sarebbero in procinto di lasciare le loro sedi per passare rispettivamente a Bari e Taranto. A detta della Cisal, il trasferimento di un così alto numero di dipendenti verso sedi lontane rappresenterebbe un motivo di rischio del posto di lavoro stesso, recando disagi familiari ed economici. «Ora – riprendono i segretari della Cisal – giacché non siamo riusciti a ravvisare un solo motivo che attesti i benefici ed i relativi risparmi gestionali di tale operazione, che fine faranno questi lavoratori?». Da qui il fermo diniego all’operazione: «Prima la soppressione degli uffici periferici, ora quella di tre unità territoriali (Trani si accorpa con Bari, Brindisi con Taranto e Calitri con Foggia) e di un milione di cittadini, fra Brindisi e la Bat, che vengono abbandonati. E non è ancora finita».

Quanto è bastato per provocare lo stato di agitazione fra i dipendenti tranesi di Aqp e, peraltro, favorire l’incontro di un tavolo tecnico-istituzionale dal quale si sarebbe usciti con un momentaneo rasserenamento del quadro: «Massima attenzione per le preoccupazioni, espresse dalle autorità, di mantenere un presidio forte nel territorio. Massimo impegno a coniugare questa esigenza con i piani di riorganizzazione interna dell’azienda». Questa la posizione del direttore generale di Acquedotto pugliese, Massimiliano Bianco, al termine della riunione congiunta tenutasi, nel palazzo di città di Trani, con il presidente provinciale Ventola ed i sindaci di Andria, Barletta e Trani, rispettivamente Nicola Giorgino, Nicola Maffei e Giuseppe Tarantini. Chiara la linea adottata dai amministratori: difendere l’ufficio Aqp di Trani dall’accorpamento con Bari non per mere ragioni di campanilismo, ma per le oggettive e legittime necessità avvertite dall’intero territorio provinciale. Senza dimenticare, come posto in risalto dalle organizzazioni sindacali, i disagi che dovrebbero affrontare i lavoratori a causa dei progettati trasferimenti.

Non se la passano meglio i lavoratori addetti alla pulizia dei plessi scolastici. I ventisei tranesi, in particolare, interessati insieme con altri 1400 nella regione dai tagli disposti dal Ministero, hanno incontrato l’assessore alla pubblica istruzione, Andrea Lovato, per definire insieme le strategie da adottare in difesa del posto di lavoro. «Lavoriamo interrottamente da sedici anni presso i quatto circoli a Trani – ricorda il loro portavoce, Rino Sonatore -. Abbiamo superato già nel passato altri momenti di crisi, ma questo è ancora più delicato e, pertanto, è necessario ricercare subito una soluzione».

La vicenda è già nota: «Con i tagli decisi dalla finanziaria in Puglia è a rischio il posto di lavoro di tanti. Entro fine aprile la riduzione dell’orario di lavoro si tramuterà in licenziamento se il Governo non interverrà subito prorogando i servizi che sono in scadenza».

Scontata la proroga, ma resterà il problema, insieme con quella sensazione di precarietà che questi lavoratori si portano dietro da tanti anni ormai. E due anni fa già era scoppiato il primo caso, quando le competenze erano passate dal Comune al Ministero dell’istruzione e, complice il passaggio dell’appalto da una società ad un’altra, i lavoratori si erano visti ridurre drasticamente il monte ore, con il rischio di percepire stipendi da fame. Poi si addivenne ad un accordo nel quale ciascuno fece un passo indietro, compresi peraltro gli stessi lavoratori. Oggi, però, non si può certamente chiedere loro di farne un altro: dietro di loro c’è il baratro.

 

 

 

 

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