Fare in questi giorni, proprio in queste ore, una passeggiata sul porto ha il fascino dell'insolito e la potenza cognitiva di una visione inquietante. E' un'esperienza sensoriale che coinvolge tutti gli organi, muovendo le percezioni in un vortice di contraddizioni che lascia basiti. Scendere da via Zanardelli, cominciare a sentire l'odore del mare che tira su per la strada pedonale per poi percepire l'acre del bitume caldo, in prossimità dello sbocco sul mare. Avvicinarsi ai lavori, alle parti appena asfaltate e sentirne il calore ruvido, muovere il dito sulla pietra bianca coperta dal catrame e apprezzarne il liscio candore violato.
Il suono lento dei flutti mossi dal vento d'aprile e quello meccanico e violento delle macchine che raschiano, tirano via e appiattiscono l'asfalto. Il bianco della pietra di Trani, quello della chiesa di Santa Teresa, di Ognissanti, della banchina, delle basole, accostato al nero intenso del nuovo manto stradale. E' uno scontro tra due modi opposti di intendere lo spazio pubblico, la dimensione umana di una città, la bellezza, ma anche il tempo e la vita. È un monito, un memento, un promemoria a ricordarci che quella è la direzione in cui non si deve andare.
Adesso abbiamo qualche centinaio di tonnellate di impazienza in più nell’attesa del giorno in cui saranno avviati i valori di riqualificazione dell’area portuale, quel “porto completamente in basolato” che in un'intervista al nostro giornale il sindaco Tarantini vedeva un po’ come la firma a completamento del suo secondo mandato. Intanto possiamo registrare, sempre come monito, che gettare il catrame sulla pietra di Trani, coprire la bellezza col bitume, poco o nulla si accorda con la volontà di fare del nostro centro storico patrimonio dell’umanità. Quanto misera sarebbe un’umanità che facesse di immagini come quelle qui riportate il proprio patrimonio?
Arcangelo Rociola
