(a.r.) Partiamo da un dato divertente, almeno a noi ha sempre divertito un sacco. Ogni volta che c'è un comunicato, una nota, un'intervista, un qualsiasi accidente che riguardi un politico, un partito, un assessore o qualche altro ingranaggio dell'oliatissima ma sempre rumorosa macchina amministrativa, c'è sempre qualcuno, sempre, che commenta con un laconico "Sciat a fadghè" . Destra, sinistra, nord, sud, sempre lo stesso invito. Preferibilmente scritto in maiuscolo e sovente seguito da una sfilza di punti esclamativi. Mi perdonino i cultori della sintassi vernacolare, ma riportarlo in italiano non avrebbe avuto senso, non lo stesso. Siamo andati a controllare se fosse sempre la stessa persona a scriverlo, magari con nomi diversi. E invece no, variano, prima era solo uno ma adesso si moltiplicano, di settimana in settimana, come i pesci biblici. Inutili riportarne i nomi, tanto li sapete.
In Italia, si sa, è sempre facile farsi prendere dai fremiti dell'antipolitica. A sud poi, con una classe dirigente che Tremonti eufemisticamente ha definito ieri "cialtronesca", è ancora più facile. Ci si becca sempre, è una scommessa sempre vincente. Eppure è un atteggiamento che denota un discreto senso (e soprattutto voglia) di politica, ma di quella buona. È come se l'antipolitica sia il terreno fertile per la crescita di un sentimento rinnovato, quello che di tanto in tanto viene fuori in buona parte della società italiana. È un po' una sintesi tra la convinzione gattopardesca del "tutto cambia perché nulla cambi" (vedi ad esempio il botta e risposta dopo l'elezione di Laurora a segretario Pd), e gli zampilli un po' anglosassoni della politica partecipata, dal basso, cittadino attento cane da guardia del potere insieme a giornalisti in gamba.
Ma a noi non piace quello che Giuliano Ferrara definirebbe "il lettore gonzo" (i curiosi utilizzino i motori di ricerca). Non stiamo dalla parte dell'antipolitica e di certo non è nostra intenzione fomentarla. Ma d'altro canto, come non rimanere affascinati dalla capacità di certi lettori di decostruire il discorso dei politici? Si quelli come Domenico, Mario, Andrea M., Pdl che preferiscono argomentare, magari con qualche citazione, sia i commenti ironici di Rino N. o Enpassant (il primo predilige il latino, la cui funzione pedagogica è sempiterna) per arrivare a Cittadino incazzato e i suoi inviti ai politici di... diciamo così rendersi più produttivi.
La politica non è solo l'arte del buon governo, è soprattutto retorica, capacità argomentativa, persuasiva. In un mondo disincantato e in un'Italia che d'incanto non ha mai vissuto, è facile trovarsi davanti persone smaliziate, che colgono il non-detto, i presupposti dei discorsi, che intuiscano dove il politico vuole andare a parare. In questa settimana si sono avute molte diverse conferme buone a suffragare questa impressione. Ci è sembrato giusto dedicare a loro una puntata monotematica di questa rubrica, per complimentarci con voi, per ringraziarvi di arricchire ogni giorno i contenuti del sito.
