Perché una volta non ci porti pure me? Era il 1962 quando Rita Pavone cantava “La partita di pallone” mettendo in dubbio in maniera bonaria la sincerità dei mariti che dicevano di andare a vedere la partita. Poi le donne hanno cominciato a recarsi davvero con i mariti allo stadio e la musica è cambiata ma procediamo con calma. Il calcio è ancora una roba da maschi per i molti che non si arrendono alla naturale emancipazione femminile. La filosofia dell’ultrà, la filosofia di quelli che vanno allo stadio per guardare la curva per intenderci, non permette (o per lo meno non permetteva fino a qualche tempo fa) alle donne di poter esserne parte. Lo stadio è il tempio della virilità, il museo delle voci grosse, la vetrina per gli insulti più fantasiosi e la creatività più maestosa che colora le tribune o le curve.
Le tifoserie organizzate sono sempre state un ritrovo per soli maschi. Le donne, caso mai come dicevamo prima, allo stadio ci vanno accompagnate con amici, fidanzati o parenti. Circa 5 anni fa su La Repubblica, il 2 dicembre 2005, Marina Cavallieri parlava del fenomeno “ragazze ultrà” affermandone la crescita e parlando della costituzione di circa 50 club al femminile in Italia. Target di cultura medio-alta, appassionate di sport e legate ai colori della propria squadra: il sogno di alcuni italiani. Non la pensano tutti così, è chiaro.
Prendiamo ad esempio i tifosi dello Zenit: hanno chiesto di bloccare le vendite dei biglietti alle donne. «Se ci sono loro non possiamo saltare e gridare come vogliamo. Siamo inibiti e distratti». Inibizione e distrazione, termini che l’ontologia ultrà non conosce né prevede, il non-essere del calcio. Le donne riescono ad offuscare la loro mascolinità, problema gravissimo. E se invece le donne portassero decoro e ordine? E se le donne intonassero cori più simpatici? Se le tifose riuscissero a colorare le tribune? Se fossero un’alternativa di tifo? Ahi, serva Italia di dolore ostello, chissà quanti ultrà tremerebbero all’ardire di tali immagini, «nave senza cocchiere in gran tempesta» direbbero dello stadio, cattedrale violata in cui non potrebbero più dar sfogo alle loro passioni più mistiche.
Intanto a Trani qualcosa si muove in questo senso, è nato infatti su facebook “Donne per la Fortis Trani”. Teresa e Viviana le artefici di questo contatto che in un giorno ha raccolto più di 150 amici. Foto dei protagonisti della passata stagione, dei festeggiamenti biancoazzurri, delle due tifose con la maglia della Fortis Trani e foto di uno stadio quanto mai pieno. Tante le ragazze che hanno accolto di buon grado questa iniziativa. Chiara ad esempio, originaria di Trani ma residente al nord, scrive che il suo cuore è biancoazzurro nonostante la lontananza; poi Maria ringrazia le due ragazze per la bellissima iniziativa e spera che tante le seguano per creare qualcosa sul serio. Entusiasta anche Flora jr. che ringrazia tutti per la vicinanza alla squadra e pare molto contento del tifo in “rosa” che supporta la Fortis. Intanto aumentano i sostenitori di questa iniziativa ed infatti sul web è possibile trovare alcune foto di queste tifose appassionate.
Che effetto farebbe alla Trani sportiva una tifoseria organizzata al femminile? Giacomo dice che sarebbe molto contento, «donne intelligenti e appassionate allo stadio? Ci sarebbe meno volgarità, meno ignoranza e soprattutto farei l’abbonamento ogni anno». Al momento pare sia solo un “contatto virtuale”, il tifo resta vero.
Per la verità, che il mausoleo della durezza possa essere addolcito da visi gentili di donna è un pensiero che mi affascina. Intanto queste ragazze promettono vicinanza alla squadra anche per questa serie D. Chissà che quest’anno alle “partite di pallone” della Fortis Trani non ci siano più donne per sostenere i colori della città. Rita Pavone avrebbe cantato “…ma un giorno ti seguirò”, queste ragazze non seguono nessuno, allo stadio ci vanno per passione e da sole.
Donato De Ceglie
