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Il "Francesco padre" affondato dai criminali montengrini? Ci lavora la Procura di Trani

Per molti è stata una “Ustica bis”. Perché non lo sia per sempre, la Procura della Repubblica di Trani ha aperto un nuovo filone delle indagini sull’affondamento del peschereccio molfettese “Francesco Padre”, avvenuto ai confini delle acque montenegrine il 4 novembre del 1994.

E con le nuove indagini, si apre una nuova pista a seguito delle istanze dei legali delle parti offese, molti rappresentanti delle quali erano presenti alla conferenza stampa tenutasi oggi a palazzo Torres.

Istanze che il procuratore, Carlo Maria Capristo”, ha definito “propositive” e che hanno consentito di proseguire le indagini nonostante due richieste di archiviazione “forse dovute al fatto che si era un po’ nel vago”, ha detto il capo della Procura di Trani.

Infatti, mancavano documentazioni determinanti, “che però adesso, grazie all’impegno dei carabinieri provinciali e di Trani, nonché dei pm Giannella e Maralfa, stanno affiorando e ci stanno facendo approdare ad una svolta delle indagini. E forse – ha aggiunto Capristo - potremo risolvere uno dei grandi misteri italiani e rendere giustizia ai familiari delle vittime ed alla marineria molfettese, fra le più prestigiose della regione”.

La storia ci racconta di una operazione internazionale della Nato con dieci unità di superficie e tre sottomarini, finalizzata alla tutela dell’embargo contro il Montenegro. “Oggi – riprende Capristo -, essendo venuto meno il segreto di Stato su alcuni fatti sostanziali, abbiamo ottenuto documenti “classificati” essenziali tramite rogatorie internazionali”.

Il pm Giuseppe Maralfa ha ottenuto dal Ministero della difesa documenti prima non disponibili, fra i quali quello relativo alle rilevazioni dell’aereo ricognitore degli Usa sulla scena del delitto. Da lì si dovrebbe stabilire se vi è stato un moto esplosivo dall’esterno verso il natante o dall’interno del natante.

Si è inoltre, e soprattutto, valorizzata un’intervista in cui il comandante Giovanni Pansini rivelava al giornalista di Federico Fazzuoli, di Telemontecarlo, circa l’usanza di navi montenegrine di trasbordare il pescato su pescherecci italiani. Pansini criticava questo metodo, e forse per questo fu oggetto di una ritorsione da parte dei montenegrini, per non avere accettato di pagare loro tangenti sul pescato, ritenute pari alla metà del valore del pescato. Pansini rilascia l’intervista il 30 ottobre 1994, l’affondamento si verifica il 4 novembre.

Nel frattempo, a settembre, si era verificato il sequestro a scopo di estorsione di un marinaio laziale, di Anzio, ad opera dei serbi. Su quell’imbarcazione vi era un molfettese, di cui in questo momento gli inquirenti non hanno ritenuto opportuno fare il nome. Fu liberato il 12 novembre.

Il 2 giugno 1993 una motovedetta serbo-montenegrina aveva a sua volta mitragliato un peschereccio di Manfredonia, l’“Antonio e Sipontina”, cagionando la morte di una persona, ma le autorità serbo-montenegrine si erano sempre rifiutate di rivelare il nome del comandante. Ed il processo fu archiviato per essere rimasto ignoto l’autore del reato. “Tutto questo – conclude Capristo - potrebbe farci ritenere che la pista sia più quella di una ritorsione che un atto militare.

A questo punto, però, l’elemento centrale diventa il recupero del relitto. “Ci stiamo pensando – ammette Capristo -, ma i costi sono notevoli. La società Impresub, di Trento, che già realizzò le riprese del ’96, potrebbe operare nuove e più dettagliate riprese (del costo di un milione, ndr) propedeutiche al recupero. La Marina militare potrebbe impegnasi al costo di 50mila euro giornalieri per dieci giorni. Il periodo delle operazioni potrebbe essere la primavera del 2011, quando il moto ondoso è minore.

Nel ’96 si è avuta la possibilità di recuperare il cadavere di una persona e gli esami autoptici hanno fatto scaturire delle ipotesi sulle quali al momento la Procura preferisce la prudenza nel rilasciare affermazioni.

L’ipotesi militare resta in  ogni caso aperta. Non ci sono per il momento ulteriori sviluppi su questo versante delle indagini, ma non è escluso che vi siano, perché i documenti adesso disponibili sono numerosi e possono fornire indicazioni molto utili.

Soddisfazione è stata espressa dai familiari. “Finora ci sentivamo soli – ha detto Maria Pansini, presidente del comitato delle vittime -. Adesso è un nuovo giorno”.


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