Mentre la commedia fa il pienone e miete consensi, intorno all’ultimo lavoro di Enzo Guacci e della compagnia “Teatro Trani” («Tutta colpe de le mmeddoeiche!», ancora oggi e domani al teatro Impero) si apre una riflessione di carattere generazionale che riapre una vecchia ferita, mai sanata.
Come è noto, in questo spettacolo ci sono nove bambini in scena, il più piccolo dei quali, Mattia, ha appena cinque anni e mostra sul palcoscenico, proporzionalmente all’età, una padronanza da veterano, sia dei gesti, sia della lingua tranese. Ed il pubblico l’ha adottato come un figlioccio.
Mattia ed i suoi amici possono essere il futuro del teatro in vernacolo tranese, di cui Enzo Guacci è maestro, ma per il cui bene si deve anche pensare ad istruire le nuove generazioni, infondendo passione e capacità recitative.
Ma Mattia apre una riflessione di più largo raggio. Infatti, è il primo attore della storia del vernacolo tranese forzatamente non nato a Trani. Avendo cinque anni, è un dato di fatto che la mamma dovette partorirlo in un’altra città non per scelta, ma per necessità: dal 9 luglio 2004, infatti, Trani non ha più l’ostetricia, a Trani non nascono più bambini. Mattia, quindi è il primo attore della “nuova generazione” di coloro che a Trani non nascono più.
Il teatro allora, da una parte accresce il dolore di quella ferita che non guarisce, di quella separazione traumatica, dall’altra esprime una bellissima rivincita. Perché Mattia, per il modo in cui parla la nostra lingua, alla sua tenera età, dimostra che la tranesità è viva e non morirà mai, a prescindere della carta d’identità.
Però la mancanza di quel reparto resta davvero uno degli atti politicamente più gravi che Trani abbia mai subito nella sua storia. Mattia fa tenerezza, ma ricordare quello scippo fa tanta, ma veramente tanta rabbia.
