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Politica, oggi la si vede così

«Perché oggi fare politica?». Domanda apparentemente generica ma che, invece, si connota di elementi che la rendono aperta a mille riflessioni. Meglio se bipartisan. Ed al circolo Unione è venuto fuori un bel confronto (organizzato dallo stesso sodalizio e dall’associazione Civitas) fra il parlamentare del Pd, Francesco Boccia, lo scrittore e saggista Marcello Veneziani, il sindaco di Trani Pinuccio Tarantini.

Il primo spunto che offre il titolo è temporale. Fare politica oggi vuole significare che è diverso da ieri? «No, ha senso oggi come ieri – risponde Boccia -. Ma questa stagione politica sta finendo perché il Paese non regge più. La differenza fra oggi e ieri è che le istituzioni sono state rese meno credibili dalla classe politica di oggi, tanto debole che, adesso, chi detta i tempi della politica non è la politica, ma l’economia».

Ma davvero le istituzioni sono state minate alla fondamenta dalla classe politica di oggi? Secondo Marcello Veneziani, «l’invasione di campo dell’economia si avverte, ma vi è stato soprattutto un imbarbarimento complessivo che sta allontanando il cittadino dalla politica, provocando disgusto. Tuttavia non mi farei prendere dallo sconforto: si può pensare ad una rifondazione seria dello scenario globale da qui a due, tre anni. Un programma comune e condiviso che restituisca credibilità a tutto e tutti».

Il primo cittadino di Trani, invece, ritiene che «fare politica ha sempre senso a prescindere dell’epoca storica – dice Tarantin -. E questo perché ti occupi della comunità e non di altre cose. Ma va chiarito che amministrare è diverso dal fare politica, e governare è diverso dal fare opposizione. Però è sempre doveroso ricordare che in politica l’avversario è un avversario, non un nemico. E va rispettato insieme con le sue idee».

Ma fare politica comporta necessariamente lo schierarsi e lo scendere in campo? Politica è interessarsi della “polis”, quindi non fa politica anche chi opera nelle associazioni, nei soggetti non governativi, persino noi che scriviamo e cerchiamo di portare un contributo alla risoluzione dei problemi della collettività? «Certo che si può fare politica in questi e tanti altri modi – risponde Boccia -, ma i partiti e le istituzioni devono essere la sintesi di tutto. La politica siamo noi, tutti noi, ma guai a guardare la politica come lo strumento per andare nei palazzi a gestire il potere. L’esito dei concorsi recentemente banditi dalla Provincia Barletta-Andria Trani, da questo punto di vista, è particolarmente inquietante. In tal senso, posso condividere la proposta di Marcello Veneziani per un grande armistizio, ma questo deve anche contemplare che si riscrivano almeno parte delle regole, perché così non si può più andare avanti».

Anche Veneziani parte dal riconoscimento del fatto che «si può fare e si fa politica in tanti modi. Ma io non credo a chi dice di fare politica per missione e spirito di servizio, perché sicuramente chi entra in politica punta almeno ad una gratificazione personale, magari ad essere ricordato dalle generazioni future per qualcosa che avrà fatto e lasciato alla collettività. E credo quindi che questo non sminuisca il ruolo di chi fa politica».

Affermazioni, quelle di Veneziani, che suonano come un assist verso l’amico fraterno Tarantini: «È vero, sarei ipocrita se affermassi che faccio politica per pura missione. È chiaro che anche a me piacerebbe essere ricordato come il sindaco che da un nuovo piano urbanistico alla città dopo quarant’anni e per colui che ha rilanciato il centro storico con la riqualificazioni di tante piazze e luoghi importanti. Ma a me piacerebbe che tutti coloro che s’impegnano in politica, a qualsiasi livello, lo facciano con coerenza e non per convenienze legate di volta in volta in volta alle situazioni. Giusto per fare un esempio, l’ultima volta che ho sentito Italo Bocchino è stato l’inverno scorso, quando, in virtù della vecchia amicizia, gli ho chiesto di recedere dalla sua interrogazione su quella versione di latino di tenore antiberlusconiano svolta in una scuola di Trani. Oggi, però, le iniziative di Bocchino sono sotto gli occhi di tutti».

Politica ed economia, si diceva. Ma come fare politica e come impegnarsi nei confronti degli elettori se, troppo spesso, quello che si promette in campagna elettorale poi non si può realizzare perché i soldi mancano? Francesco Boccia, addirittura, dal 2006 al 2008 è stao commissario liquidatore e presidente dell’organo straordinario di liquidazione del dissesto finanziario del Comune di Taranto, e rivela che «la situazione di Taranto veramente non ha eguali. Ho trovato persino venti morti da seppellire e non c’erano i soldi. Le aziende si fanno fallire, le pubbliche amministrazioni devono andare avanti. Si fecero miracoli sì, ma oggi i cittadini di Taranto pagano le tasse più salate d’Italia. Peraltro, è vero, spesso i polii descrivono un quadro che non c’è e promettono quello che non si può realizzare. Io prenderei fortemente le distanze sia da chi promette «meno tasse per tutti» (Berlusconi, ndr), sia da chi afferma che si può dare lavoro stabile a tutti i precari (Vendola, ndr). Le ricette? L’economia può ripartire solo tassando le rendite e le tassazioni finanziarie».

Veneziani punta il focus sulle scelte, spiegando che «la fase più delicata delle politica sono le scelte cosiddette impopolari, necessarie ma quasi mai condivise. Bisognerebbe fare in modo che pesino il meno possibile. Sicuramente è bene non fare certi annunci e dare segnali concreti anche di risparmio sui costi della politica. A me piacerebbe che si voti non ogni anno, ma che si accorpino le elezioni ogni quattro, cinque anni per dare stabilità, serenità e risparmiare».

Scelte impopolari significa decisionismo? E Tarantini si sente un decisionista? «Decisionista no, semplicemente uno che punta a rispettare il programma di governo che insieme si è condiviso ed approvato. Non c’è niente di nuovo in quello che si fa, ma solo scelte coerenti».  


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