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Un restauro che narra la stroria

15 agosto 1233: sette nobili fiorentini, soliti pregare la Santa Vergine inginocchiati sotto un grande dipinto, videro l’immagine animarsi. Il viso della donna cambiò, si riempì di dolore e anche i suoi abiti subirono una trasformazione: appariva a lutto ed addolorata per l’odio fratricida che divideva Firenze.
    Questa la genesi del culto della Madonna Addolorata, in latino “Mater Dolorosa”, divenuta un punto di riferimento per la cittadinanza tranese a seguito di un evento miracoloso simile, per certi versi, alla vicenda della “Croce di Colonna”. Un ennesimo tentativo di furto che vede coinvolta un’icona sacra, cara alla popolazione locale, da parte di stranieri, l’esercito francese, che però non va a buon fine: la statua della Madonna, tramutatasi in pietra, divenne praticamente impossibile da spostare. Le guardie, indispettite da questo avvenimento, decisero di vendicarsi colpendola a colpi di scimitarra.
    Il dolore dei colpi di spada, che si somma al dolore del pugnale conficcato nel petto e al dolore di una donna straziata dalla perdita del figlio, da un’esistenza non facile, hanno reso questa figura molto vicina al mondo terreno umano, rappresentando una categoria, quella della sofferenza, che da secoli è ritenuta, a detta di filosofi dello spessore di Arthur Schopenhauer o del nostro Giacomo Leopardi, una possibile chiave di lettura della natura umana: l’uomo è infelice.
    Questa infelicità può essere ontologica, storica, ogni filosofo ha dato la sua ipotesi, eppure nessuno ha cercato di sconfiggere questa infelicità intrinseca al genere umano, un’infelicità che ha marcato una linea di confine tra uomo e divinità: nel medioevo la divinità era vista con timore, l’idea più diffusa era quella di un Dio giudice, Dante docet, che tutto domina.
    La divinità era distante dall’uomo, indifferente a tutto ciò che accadesse al di sotto del loro mondo, di questo iperuranio, utilizzando un linguaggio platonico, in cui esse avevano dimora.
    Ma la figura di questa Madonna (dal latino “Mea domina”, “mia padrona”) ha cambiato radicalmente la situazione, mostrando come anche il divino sia colpito dagli stessi mali che colpiscono gli uomini e creando così un contatto non solo di preghiera, ma quasi di intreccio tra la vita umana e l’essenza ultraterrena: se la sofferenza è una caratteristica innata dell’uomo, la Maria Addolorata rappresenta parte della vita di questa specie.
    Insomma, grande è la sensibilità che lega i tranesi a questa statua ed altrettanto grande risulta la cura nei suoi confronti: se è vero il miracolo avvenuto ai danni delle truppe francesi, questa icona deve essere salvaguardata nel miglior modo possibile. L’Arciconfraternita della Santissima Addolorata, infatti, ha annunciato la fine dell’intervento di restauro cui è stata sottoposta l’intera opera, certo non colpita nuovamente con scimitarre.
    Un restauro che è avvenuto nel laboratorio Lorenzoni (Polignano a Mare) e che ha ridotto ancora di più la linea di confine tra uomo e divino. Dopo, infatti, un lavoro di restauro della struttura lignea della statua, oggetto di recupero è stata l’intera materia pittorica, danneggiata dal tempo, riacquistando così l’espressione di sofferenza che accomuna gli uomini dall’alba dei tempi.
    Il suo volto, risorto, presenta nuovamente lacrime, intense, dure, che altro non rappresentano se non lo specchi delle sofferenze di ciascuno di noi, di cui Ella stessa si fa carico, purificandoci, e in tal modo ci prepara a ricevere Suo Figlio, morto e risorto per noi.
    Come la S.V. si fa carico delle sofferenze di ognuno di noi, anche noi ci facciamo carico di guasti che il tempo provoca sulla sua icona, cercando di mantenere più vivo che mai il rapporto tra Maria Addolorata e la cittadinanza tranese.


Mauro Marcone


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