Inizia domani il triduo pasquale. Oggi ci soffermiano sugli appuntamenti del Giovedì santo «approfittando» della video intervista realizzata in studio nei giorni scorsi con il vicario territoriale della Diocesi, Don Mimmo De Toma, ed il priore dell'Arciconfraternita dell'Addolorata, Francesco Ventura. Su un aspetto in particolare, quello degli altari della reposizione, vi offriamo in allegato ed in home page il relativo contributo video.
Entriamo con don Mimmo nella sequenza temporale degli avvenimenti del triduo pasquale, sottolineando questo senso importante e comunitario, che si riferisce al clero, che è la Santa Messa Crismale del giovedì mattina.
La Santa Messa Crismale è la grande messa sacerdotale, perché il concetto di sacerdozio come dimensione di relazione tra credente e Dio, tocca ogni battezzato. La Messa Crismale durante gli anni ha assunto maggiore importanza, ed è legata ad una comprensione maggiore del fatto che questa messa non è una messa dei preti, ma è la messa del popolo di Dio, in quanto il sacerdozio ordinato è in funzione della comunità. Per questo sottolineare l’importanza della comunità di cui il sacerdozio ordinato si fa servizio ha portato a sensibilizzare il popolo di Dio, i fedeli su questa messa e ad avere una partecipazione maggiore.
Da quest’anno è effettivamente attiva l’aula liturgica situata in via Almirante, della parrocchia di San Magno, dove per la prima volta si svolgerà il triduo pasquale.
don Mimmo - Il triduo pasquale è per eccellenza il triduo che vede le comunità come protagoniste, in una concezione pastorale dove la parrocchia è il fulcro dell’azione pastorale, e quindi ogni parrocchia non può non vivere questo momento sorgivo di tutte le celebrazioni dell’anno. E anche la neonata parrocchia di San Magno, sebbene in una sede liturgica dignitosissima, ma con ancora alcuni limiti, celebrerà la sua Pasqua.
Invece, nelle rettorie il triduo pasquale non può essere celebrato. Può essere celebrato solo se alle rettorie sono legate delle comunità religiose, come alla Madonna del Carmine e a Sant’Antonio. Alla chiesa di Santa Teresa da quando non c’è più Mons. Vincenzo Franco, come padre spirituale, il triduo non è più celebrato.
don Mimmo - L’innovazione che il nostro arcivescovo, Mons. Giovan Battista Pichierri ha apportato è stata vissuta con molta sofferenza dalla gente, e questo va anche capito, perché gesti che si compiono nel tempo e che diventano una tradizione, nel momento in cui devono essere cambiati non possono non portare disorientamento. Ma il vescovo con questa sua decisione ha voluto dire una cosa importantissima, e cioè che il triduo pasquale è un unico dal punto di vista celebrativo. C’è una unità profonda, che lega il giovedì santo, il venerdì santo e la veglia pasquale. Celebrare, come si è fatto da sempre, nelle rettorie dove non c’è mai stata la veglia pasquale, giovedì santo e venerdì santo sarebbe come dire che Gesù ha consegnato a noi l’Eucarestia, è morto, ma non è risorto. Dire questa cosa sembra una sciocchezza, ma siccome la celebrazione traduce la verità della fede, così non andava. Capisco anche la difficoltà della gente, però mi sembra che pian pianino la gente stia comprendendo. Poi Santa Teresa, in questi anni, aveva avuto il “privilegio” di vedere la celebrazione del giovedì santo e del venerdì santo realizzarsi, perché la presenza di Mons. Franco, arcivescovo emerito di Otranto, aveva indotto il vescovo a fare un’eccezione. Ora che Mons. Franco ha lasciato l’impegno come padre spirituale, rettore dell’arciconfraternita, il triduo pasquale non è più celebrato.
dott. Ventura - L'aspetto liturgico non fa una piega. Ma la tradizione nostra e della chiesa di Santa Teresa, ormai facente parte delle tradizioni tranesi, era quella, e aver perso il triduo è stata una grossa perdita, proprio perché il triduo iniziava il giovedì, aveva il massimo culmine con l’uscita della processione della Vergine, e poi c’era l’adorazione della Croce. Ora che non abbiamo più il triduo e non possiamo ambire ad una eccezione manca a noi e ai fedeli.
In compenso, però, la liturgia del giovedì santo con la Messa in Coena Domini diventa il momento di consegna del testimone al rito della processione penitenziale. Prima, però, dalla Messa In Coena Domini “si esce” con il rito tra liturgia e usanze popolari degli Altari della Reposizione, erroneamente chiamati “Sepolcri”. Don Mimmo, che cosa vogliamo dire alla gente che forse non ne fa un uso appropriato.
Quello che si mette in evidenza con l’espressione celebrazioni che viaggiano tra la liturgia e la religiosità popolare ci ha fatto toccare con mano, come nel corso del tempo, quando la religiosità popolare non è guidata in maniera piena, e la responsabilità è dei sacerdoti, si ha qualche squilibrio. Il giovedì santo si ripone l’Eucarestia in un altare laterale appositamente ornato, l’altare della reposizione. Per via dell’immediata successione degli eventi, che nella notte tra il giovedì e il venerdì ricordano la consegna di Gesù al Sinedrio, ha spostato l’attenzione a quelli che sono gli eventi della passione. Per cui, nel tempo, la gente ha voluto rendere omaggio a questa presenza del Signore nell’Eucarestia nel repositorio, però incominciando già a nutrire l’atteggiamento e l’animo di chi pensava al Gesù, che poi, avrebbe sofferto. Di fatto, quindi, la stessa gente ha cominciato a chiamare il repositorio, sepolcro. Piano piano la gente si sta educando anche a questo.
Alla Madonna del Pozzo abbiamo sempre visto un altare molto sobrio. Non sempre si vede così altrove. È questione solo di gusto o ci può essere, anche in questo caso, un indirizzo per rendere un’immagine più corrispondente al messaggio che si vuole dare?
Per il significato liturgico che ha, è vero che, nel tempo, la pietà della gente e l’amore della gente per il Signore, ha portato in determinati periodi di spiritualità popolare a dare tanto risalto e importanza all’altare “del sepolcro”, o meglio al repositorio. Però, secondo me, c’è un eccesso. Si rischia una spettacolarizzazione di questi momenti. Non si aiuta la gente a portare il proprio cuore alla consapevolezza e alla presenza di Cristo nell’Eucarestia. C’è, quasi, l’esigenza di dare spazio agli occhi. Ma uno stile più sobrio aiuta la gente ad entrare in un atteggiamento di fede, anche più corretto. Dipende anche da noi sacerdoti e dai chi collabora con noi a capire che senza nulla togliere al senso del gusto, non si deve buttare in faccia alla gente dei parati, cosa che si può fare in altri momenti.
