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Un pezzo di Trani per l'Africa

Un racconto, accompagnato da tante belle immagini, per documentare un’esperienza di vita e per la vita. Una missione di volontariato per accrescere il sorriso in una popolazione che anche negli stenti non l’ha mai perso.

Siamo in Benin, uno degli stati più poveri in assoluto dell’Africa, dove però sono arrivate le attenzioni dei volontari del distretto 2120 del Rotay club. Lì si è concretizzata l’attività del sodalizio e, in particolare, la missione di due medici, Luigi Ceci e Sabino Montenero.

Un impegno che questa volta non è stato solo annunciato, ma attuato e documentato. «Perché il volontariato è una ricchezza da vivere – ha spiegato Ceci -, in quanto è una delle più alte espressioni del dono e del senso di responsabilità di una persona. È gratuito, ma non per questo manca di professionalità. E, soprattutto, tanto più ha successo quanto più entra in una rete di soggetti a vario titolo che riescano a supplire alle carenze del pubblico».

Così Ceci ha esordito di fronte alla platea del “Brigantino 2”, a Barletta, nel corso di un “interclub” che ha coinvolto anche le sedi rotariane di Andria, Canosa e Trani. A tutti, Ceci ha ancora spiegato che «si diventa volontari per tre ordini di motivazioni: personali; ideali; socio-centriche. Cosa c’entra il Rotary con il volontariato? La risposta nel suo motto: “Servire al di sopra di ogni interesse personale”. Anche se spesso, e me ne assumo la responsabilità – pone in risalto il professionista -, il Rotary antepone le parole ai fatti. Il riscontro rotariano alle principali operazioni di volontariato è deludente e, quindi, mi auguro che la mia provocazione di questa sera sia la molla che faccia scattare l’interesse concreto. Io ed il mio collega siamo stati Africa, ma per fare volontariato non serve per forza viaggiare. Al massimo, è necessario avere carisma nel senso di tirare fuori la capacità di donare che è in ciascuno di noi».

Montenero, mostrando slide, foto e video, ne era la didascalia vocale con un velo di pungente ironia, definendo “villaggio moderno” una serie di catapecchie ed indicando un pozzo “dal quale loro bevono e la cui acqua noi non useremmo neanche per lavare a terra”. Da quelle immagini abbiamo visto che in Benin ci sono ancora i “guaritori” ed esiste appena un po’ di chirurgia. «E quando nasce un bimbo – aggiunge Montenero -, ci si dimentica del maggiore perché il cibo non è sufficiente per sfamare entrambi».

Ma cosa ha fatto il Rotary in Benin? Ecco i progetti portati a termine: alfabetizzazione; fornitura di materiale scolastico; costruzione di tre aule; tutela della maternità; formazione di personale sanitario; potabilizzazione dell’acqua; implementazione dell’ospedale locale, dove i posti letto non bastano mai ed i pazienti meno gravi trovano posto solo sul pavimento; allestimento di un mercato con hangar; istituzione di un microcredito per sostenere l’imprenditorialità femminile in quel mercato. «In questo modo – ha concluso Montenero - noi ci siamo resi disponibili, senza mezzi termini, mentre loro ogni giorno che passa hanno una speranza che cresce».


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