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«La medicina non deve trascurare il valore del rapporto umano». L'intervento di Rino Negrogno

Fuori i parenti

Valentina fa un incidente stradale con la sua moto, sta male, sembra grave. Arriviamo noi del 118, la soccorriamo, la stabilizziamo e partiamo per l’ospedale. In ambulanza Valentina mi chiede di chiamare il suo fidanzato. Lo chiamo, le consiglio di parlare lei stessa per non spaventarlo ma lei non ci riesce e allora parlo io. Marco la tua fidanzata ha fatto un incidente ma non preoccuparti sta bene, la stiamo portando in ospedale per dei controlli, vuole che tu ci raggiunga. Lui non riesce a parlare, dice qualcosa ma non capisco, chiudo. Arriviamo in ospedale e consegniamo Valentina all’equipe del pronto soccorso. Dopo un po’ arriva Marco, è preoccupato, spaventato, trema, ha gli occhi pieni di lacrime, mi chiede dove sia Valentina. Cerco di tranquillizzarlo, gli dico che Valentina è nel pronto soccorso e che la stanno visitando ma lui vuole entrare, gli dico che non è possibile ma lui non mi ascolta, bussa violentemente alla porta, un operatore apre, lui dice che vuole entrare, deve vedere la sua ragazza, l’operatore gli dice che deve attendere fuori e chiude la porta ma lui la apre con forza, gli operatori lo fermano e cercano di spiegargli che la sua presenza potrebbe essere d’intralcio al loro lavoro, intervengo anch’io per cercare di calmare Marco e lo porto con me fuori. Non c’è verso, vuole vedere Valentina. Entro e cerco di convincere il mio collega che potrebbe essere un vantaggio per tutti se Marco vedesse per un attimo Valentina. Un vantaggio per Marco, per Valentina e per noi tutti che continueremmo a lavorare più sereni. Il mio collega acconsente. Vado da Marco e lo conduco per mano dalla sua Valentina. Lui cerca di tranquillizzarla ma piange e va via però, rispetto a prima di entrare, è più tranquillo.

La medicina non deve trascurare il valore del rapporto umano che è una componente importante nel processo di cura. La presenza dei parenti al capezzale del malato durante i vari processi di cura è poco o mai accettata nella pratica sanitaria ma l’umanizzazione della medicina diventa fondamentale se non essenziale soprattutto in un momento in cui i tagli nella sanità, la riduzione dei posti letto, la chiusura degli ospedali e la riduzione del personale sono il preludio di una visione aziendale, capitalistica, affaristica e speculatrice della salute. Entrare in ospedale non fa piacere a nessuno. Accoglienza, ospitalità, ascolto, comprensione, sostegno e informazione anche dei parenti, diventano momenti che oltre a stravolgere l’inveterata percezione della sanità, contribuiscono ad una prognosi se non migliore, più serena e condivisa.

Non sono sicuro che il parente deve restare fuori dalla stanza dove noi prestiamo le cure al paziente altrimenti potranno pensare di noi che siamo insicuri, non siamo preparati, non siamo professionali e, quindi, preferiamo che i parenti stiano fuori per paura di essere giudicati. Salvo poi, se si tratta di nostri parenti, entrare e magari ergerci noi a giudici severi dei nostri colleghi. Siamo naturalmente più bravi noi. Quando il paziente è parente di uno di noi, noi sanitari, che siamo persone come le altre, con le stesse preoccupazioni, le stesse paure, le stesse sofferenze per i nostri cari, entriamo indisturbati nella stanza di degenza insieme alla nostra ansia per il nostro caro. Perché il parente che non lavora in ospedale deve restare fuori? Almeno uno, individuiamone uno e lasciamolo entrare . Ci sono studi che risalgono agli anni 90, naturalmente americani, orientati nel senso che la presenza dei parenti durante gli interventi sanitari, anche drammatici come possono essere quelli rianimatori, possa essere vantaggiosa anche dal punto di vista dell’accettazione da parte dei parenti dell’esito infausto. I parenti, in una percentuale molto alta di casi, hanno la percezione che gli operatori ce l’abbiano messa tutta. Sono più sereni,

Marco stava per distruggere il pronto soccorso, una volta che vi è entrato per qualche minuto ed ha potuto vedere e toccare la sua Valentina viva, si è tranquillizzato, è uscito da solo.

Se studiamo, ci aggiorniamo continuamente e, soprattutto, se lavoriamo con scienza e coscienza non dobbiamo mai temere la presenza di nessuno nemmeno dei parenti.

Marco spero che la tua Valentina stia bene.

(Sono nomi di fantasia).

Rino Negrogno

Bibliografia

• Imbasciati A.

La mente medica: Che significa “Umanizzazione” della Medicina? Milano: Springer Italia, 2008.

• Gabriele Prati, Massimo Monti

La presenza dei familiari durante la rianimazione cardio-polmonare e altre manovre invasive

Giornale Italiano di Medicina del Lavoro ed Ergonomia 2010


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