E' stato pubblicato dalla casa editrice Lietocolle, un libro di poesie di una nostra concittadina: Paola de Benedictis. Non è facile riuscire di questi tempi a farsi pubblicare un libro, soprattutto di poesie. Paola vive a Roma da ormai 15 anni, dove ha scelto di inseguire i propri sogni e le sue aspirazioni.
E uno di questi sogni, con tanta perseveranza, con tanta voglia di crederci sempre, con la pubblicazione di questo libro, si è avverato. Il libro si chiama "Le mappe di Walcott", un libro di poesie consigliate agli indifferenti e ai poveri di spirito. Un libro dove, certi amori che non sono più tali, diventano guida e mappa. Come le stelle del cielo che sì, sono morte da secoli, ma brillano per sempre.
Paola è una 35enne giornalista, blogger, performer e poetessa. Dopo la laurea in comunicazione, gli studi di filosofia e il master in scrittura cinematrografica, comincia a collaborare con il Sindacato deli giornalisti cinematografici a Roma, la Rivista del Cinematografo e Filmmaker's magazine. Nel 2005 entra in RAI a Report e si innamora del Medio Oriente. Studia la lingua araba, partecipa ad un corso di giornalismo per inviati di guerra della fondazione CUtuli e va a vedere con i suoi occhi il Libano e Israele. Ha pubblicato per Lietocolle, Perrone, Vitale e Pesa Nervi. Attualmente lavora all'informazione di Radio1RAI dove si occupa di economia e stragismo e scrive per FocusMediterranèè di Indipendent News.
Scrive di lei Lello Voce (noto poeta, scrittore e giornalista italiano): «Le poesie di Paola de Benedictis sono scritte in punta di sprezzatura, ritmate sulle scansioni pari di un pendolo prosodico che pare alludere all’ineluttabile scorrere del tempo (di quello musicale e di quello biologico), esse sezionano con crudeltà ogni sensazione, smascherandone il suo essere l’innesco di sentimenti in cui spesso l’anima (ciò che secondo Ernesto Sabato sta in mezzo, ad unire anima e corpo) non è all’altezza delle utopie che i corpi, con la loro chimica, i loro odori, le loro tattilità, producono con naturalità direi biologica. Il risultato è un versificare attento, che a volte diventa una vera mitragliatrice di schiaffi al comune senso dell’amore, e di conseguenza a quello che definirei il ‘comune senso del dolore’. E dunque, infine, accede allo spazio decisivo che è sempre al di là di generi e sottogeneri...»
