Prima che al palazzetto dello sport di Trani arrivasse l’invasione degli striscioni pubblicitari, in un angolo di parete, tra l’ingresso degli spogliatoi e la stanza del custode, vi era un rettangolo, formato da quattro nastri adesivi da imballaggio, nel quale ogni giorno una giovane alzatrice, neanche ventenne, proveniente da Bari, era «costretta» a palleggiare senza mai fare uscire il pallone da quel perimetro.
Così iniziava la vera e propria carriera pallavolistica di gran livello di Rosa Ricci, che soltanto l’anno precedente, alla prima stagione con la maglia dell’Aquila azzurra, aveva già vinto il campionato di serie B portando la squadra in A2.
L’anno successivo, in punta di piedi, Rosa scalzò un mostro sacro del palleggio dell'epoca, che rispondeva al nome di Nada Zrilic, relegandola in panchina. Fu merito anche di quel rettangolo, il simbolo di una metodologia di allenamento che quasi non c'è più.
Il suo allenatore, Roberto Brattoli, meticoloso fino all'esasperazione per il bene della squadra, sapeva che, attraverso quelle pratiche, apparentemente banali e ripetitive, avrebbe ricavato il meglio da una giocatrice che, peraltro, aveva in sé due doni naturali: il primo, la classe; il secondo, la predisposizione al sacrificio.
Una volta, se mai una giocatrice di pallavolo come Rosa avesse marinato la scuola, si sarebbe saputo dove cercarla: in una palestra, chiusa ad allenarsi per migliorare, ogni giorno di più. Non vi erano molte alternative: non vi erano i bar in cui sedersi, consumare e spettegolare; non vi erano i social network su cui farsi i fatti degli altri; non vi erano le playstation su cui scaricare una fatica virtuale. Vi erano soltanto sudore e palestra, palestra e sudore.
Rosa Ricci, simbolo di questo modo di fare sport, viverlo, trasmetterlo, insegnarlo, a quarant’anni ha deciso di smettere. Lo ha fatto all'indomani di una delle sue più dolorose pagine di carriera sportiva, la sconfitta di Montella, che ha precluso a lei ed al Corato la chance di giocare un'altra partita per salire in B1.
Una sconfitta che ha impedito a questa grandissima giocatrice, una delle più forti in assoluto della storia della pallavolo italiana (e che Trani deve essere onorata di avere avuto per tanti anni con sé, rappresentatando degnamente la città in tutta Italia con quella maglia), di chiudere la carriera con l'ennesima vittoria, con l’ombrellino nel long drink. Non c’è riuscita Rosa, ma questo non l’ha indotta a ripensarci: aveva scelto di smettere ed è stata coerente fino in fondo.
Quando, questa mattina, sulla sua pagina Facebook, in poche righe riassumeva la sconfitta di Montella, Rosa scriveva un «tutto è finito» che, purtroppo, per chi pensa di conoscerla un po', si sapeva avrebbe significato anche altro, oltre al campionato finito della sua squadra.
Rosa Ricci, da lì a poche ore dopo che il cronista le avrebbe chiesto invano di ritornare sui propri passi, intuendo quella scelta, scriveva così: «Dopo anni di duro lavoro, sacrifici, rinunce, sudore, passione, dedizione, gioie, ambizione, vittorie, sconfitte, conquiste, grandi traguardi, non solo sportivi ma anche umani, è arrivato il momento dell’addio alla pallavolo giocata. Speravo di terminare con una promozione, come tutto è cominciato, ma così non è stato. Ma nello sport, come nella mia amata pallavolo e nella vita in genere, si vince e si perde. Ma è proprio dalle sconfitte che s’impara, prendendo consapevolezza degli errori fatti, lavorando su di essi in modo da non commetterli nuovamente. La pallavolo mi ha insegnato tanto, mi ha insegnato cosa vuol dire sacrificarsi per raggiungere un obiettivo, essere umili e non presuntuosi, rialzarsi dopo una brutta botta, quanto duro lavoro occorre per superare i propri limiti e raggiungere i sogni nel cassetto, fare delle scelte e rinunciare a qualcosa, condividere qualcosa, essere una squadra, un gruppo, rispetto ed educazione, amicizia, stima, ammirazione, chiedere scusa dopo aver sbagliato, gioire ed essere felici, ricevere gratificazioni (…) Grazie (…) alla famiglia Chieppa e all’Aquila azzurra Trani (…), a tutti gli allenatori che ho avuto il piacere e l’onore di conoscere e avere nella mia carriera, uno su tutti Roberto Brattoli. Grazie a tutte le mie compagne di viaggio e di vita, grazie a tutti coloro che mi hanno regalato un sorriso, quello stesso sorriso che mi dicono avere sempre stampato in viso ma che mi permette di affrontare sempre tutto con serenità, grazie alle mie grandi amiche. Un ultimo grazie, ma senza ombra di dubbio il più sentito ed importante, a mio marito ed alla più grande gioia della mia vita, mio figlio Paolo, alla mia mamma, il mio papà ed i miei fratelli!!! Grazie ancora di tutto!!!».
C’è poco altro da aggiungere, se non un nostro grazie accompagnato, però, da un profondo rimpianto. Non tanto perché Rosa Ricci abbia scelto di lasciare, circostanza che prima o poi si sarebbe verificata, ma perché, con il suo abbandono, si spegne una parte di quella pallavolo, di quello sport da additare come esempio a tante ragazze e ragazzi che invece, oggi, hanno ben altre distrazioni, effimere occupazioni, futili passatempi.
Se, ripensando alle gesta di questa straordinaria giocatrice, ci fosse la possibilità di fare comprendere anche ad una sola ragazza quanto sia importante provare a fare anche solo una minima parte di quello che ha fatto Rosa Ricci, nel chiuso di una palestra per oltre vent'anni, allora il suo addio alla pallavolo non sarà stato vano.
Ancora grazie di cuore, immenso capitano.
