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Trani, pillole di storia da parte di Andrea Moselli sul "Leone di Sant'Agostino". E intanto con coraggio cerca di ripulirlo

«In questi giorni ha fatto scalpore l'ennesimo atto d’incuria verso un monumento della nostra città: il leone presente nell’angolo del sagrato della chiesa di Sant Agostino è stato colorato con un pennarello, probabilmente il gesto di un innocente nel tentativo di ravvivarne la figura.

Seppure di modeste dimensioni, il leone ha alle sue spalle una storia molto importante che s’intreccia con la dominazione veneziana della città. Nel 1495 i principali porti della Puglia furono dati in pegno alla Serenissima dal Re di Napoli in cambio dell’aiuto contro l'invasione dell'esercito francese. Contingenti armati al seguito di governatori e castellani s’insediarono nei nuovi possedimenti veneti sulla costa adriatica. Nel 1509 la città ritorna nelle mani degli spagnoli, ma il dominio veneziano lasciò alcune indelebili tracce. Uno dei governatori, Giuliano Gradenigo, nel 1503 fece costruire la chiesa di Sant’Agostino dedicata a San Sebastiano, sui ruderi della preesistente chiesa di San Salvatore.

L'atto del governatore è ricordato nella lastra infissa nei pressi e nella toponomastica della piazza attigua. Sul lato sinistro del sagrato, ristrutturato nel 1885 è presente un leoncino con una data incisa: 1513. Il collegamento con la dominazione veneta sembrerebbe evidente ma bisogna ricordare che il leone è anche la rappresentazione simbolica dell’evangelista San Marco, raffigurato come un leone alato. Questo è il simbolo della Serenissima (e di tutti gli enti amministrativi oggi collegati al suo glorioso passato) Esempio evidente il disegno a carboncino presente nel castello Federiciano. Il leone di Sant'Agostino però non presenta elementi distintivi tipici delle raffigurazioni del leone di San Marco, come ad esempio le ali.

Il motivo va ricercato parecchi secoli prima, visto che solo la base e la data risalgono al 1513! Analizzando la scultura si nota che la parte posteriore è certamente postuma, dello stesso materiale ma appena delineata, approntata probabilmente in funzione dell’attuale collocazione. Il leone, in posizione frontale sembra pronto a scattare in un balzo felino; la testa girata verso destra ha i tratti poco leggibili, ma ancora ben individuabile la folta criniera e le fauci aperte con la lingua pendente. Da notare il particolare della zampa anteriore destra che tiene ben salda fra gli artigli una testa d’ariete.

Luigi Todisco, professore di Archeologia e Storia dell’arte greca presso l’Università di Bari, può essere sicuramente considerato il vero scopritore del leone di “Sant’Agostino”. Il professor Todisco sostiene che il manufatto “rientra senza dubbio nella serie di quelle sculture leonine a tutto tondo di grandi dimensioni che, derivate da modelli greci servirono da ornamento ad alcuni tipi di tombe monumentali di epoca romana, tra almeno la metà del I secolo a.C. e l’avanzata età imperiale.” Il leone sia per l’aspetto sia per il materiale usato è attribuibile alle nostre zone, probabilmente opera di maestranze canosine. Canosa era uno dei centri più influenti della Puglia romana e la nostra area era inclusa nella sua sfera di influenza. Il leone in questione, quasi sicuramente era un leone funerario posto all’ingresso di un’importante tomba e vista la forma con cui si presenta doveva avere un gemello. Considerata anche la posizione attuale probabilmente un tempo il leoncino guardiano aveva un suo speculare per chiudere simmetricamente il prospetto dell’edificio.

Il leone non è l'unico esempio di reimpiego, numerose opere d’epoca romana erano presenti nel territorio di Trani. Tra alcuni dei reimpieghi più evidenti vi sono le colonne della chiesa di Sant’Andrea (capovolte per "depaganizzarle") o l’architrave d’accesso di Santa Maria di Colonna e ancora il capitello presente come basamento nella chiesa di San Martino. Negli ultimi anni ruderi di una villa romana sono stati scoperti sulla falesia del lungomare di levante.

Sicuramente di maggior interesse era il Mausoleo Bebio. Citato per la prima volta nell’834, fu tragicamente demolito nel 1861 per la costruzione del borgo ottocentesco; grazie a un’epigrafe si è potuto datarlo attorno al I secolo d.C., con tutta probabilità il nostro leone è coevo al monumento sepolcrale. Il leone di “Sant’Agostino” rappresenta un reperto di notevole importanza non sono per Trani ma per tutto il circondario, molto probabilmente più conosciuto e apprezzato “fuori” che nella nostra città, come purtroppo accade per molti altri "pezzi" della nostra storia».

Andrea Moselli

Intanto lo stesso autore di questo testo su Tranispia ha pubblicato una foto con le "macchie schiarite" che commenta così: "Avendo una mezz'ora a disposizione ci ho provato. Naihm (spero si scriva in tal modo), 11 anni, mi dice che Francesco lo trovava triste e lo ha colorato. Mi chiede: E da solo lo fai? Noi in moschea facciamo tutto assieme. Vuoi una mano? Certo, grazie rispondo. E grazie a Tonia per l'acqua calda. È ancora deturpato ma insieme qualcosina, avendo tempo e modo, si potrebbe fare».

Se non avesse preso iniziativa in maniera del tutto spontanea per difendere questo pezzo di storia, quando avremmo avuto l'onore di vedere il leone senza "mascara"?

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