Non solo teatro, ma anche, e soprattutto, poesia. Eduardo De Filippo, raccontato dall'amico e studioso, Mario De Bonis, è entrato nel circolo Dino Risi, nella serata del trentennale della morte, in punta di piedi e, allo stesso tempo, con la dirompenza del grande personaggio che, davvero fra pochi, ha segnato la cultura del Novecento.
«Ed Eduardo, di prepotenza, dovrebbe entrare nelle scuole – ha detto De Bonis, intervistato da Vito Santoro, a margine della presentazione del libro dal titolo “Eduardo visto da vicino”, edito da Ricerche & Redazioni -. I ragazzi se ne innamorano, gli insegnanti pure, ma la scuola ancora non si allinea alle tendenze e si ferma a Pirandello, mentre bene farebbe ad occuparsi pure di Eduardo, anche perché fra, proprio fra Pirandello ed Eduardo, c'è tanto in comune, forse tutto: sono stati maestri del teatro, ma Eduardo ha portato al pubblico il valore aggiunto della poesia».
Ha portato i saluti della città all’autore, al direttore artistico del circolo, Lorenzo Procacci Leone, ed al pubblico, il sindaco, Gigi Riserbato, ponendo in risalto «l’ottimo lavoro del sodalizio e le eccellenze che porta a Trani. Mario de Bonis è una di queste e, attraverso lui, proprio alla vigilia della Commemorazione dei defunti riviviamo in una dimensione di calore ed umanità l’incomparabile figura di Eduardo».
Calore ed umanità. Infatti, almeno sessanta delle sue opere sono dedicate alla famiglia, «il centro di tutto ed il vero ammortizzatore sociale – ha posto in risalto l’autore -. Anche oggi, nonostante tutto, i giovani sono ancorati ai genitori e ai nonni».
De Bonis conosce personalmente Eduardo grazie al fratello sacerdote, don Donato, se ne innamora delle poesie ed attraversa anche la rottura dei rapporti fra Eduardo e Peppino, avvenuto dopo il “tradimento artistico del secondo”, geloso dei successi del primo. Donato accompagnava spesso Eduardo, Mario ne era l’autista ed assorbiva tutto come una spugna.
E ieri sera, Mario, al circolo di Trani, ha regalato un commovente retroscena che non ha mai scritto, «per il rispetto che porto a questi grandi uomini». Donato De Bonis convince Eduardo a salutare Peppino, in punta di morte, dopo che per anni il rapporto fra i due s’era completamente interrotto: Eduardo accetta e tiene la mano al fratello senza dire nulla: «E cosa gli avrei dovuto dire – risponde Eduardo alla domanda di don Donato sulla strada del ritorno -: stringendogli la mano, ho firmato con lui un contratto perenne di amore».
Famiglia e valori, umanità e carità. In “De Pretore Vincenzo”, la figura del ladro accolto in paradiso è una magnifica pagina di cristianesimo. Come Totò con “Livella”, anche Eduardo si serve della morte per azzerare le differenze sociali e riabilitare chi ha sbagliato perché costretto a farlo da un governo, ed una Chiesa, incapaci di accogliere, a differenza del Padreterno, i tanti Vincenzo De Pretore che, parafrasando Eduardo, “se non muoiono sotto i colpi di una pistola giustizialista, morirebbero semplicemente di fame”.







