I trattamenti terapeutici dell'unità operativa di Ematologia dell'ospedale Dimiccoli di Barletta si arricchiscono di un altro importante tassello: ora è possibile effettuare trapianti autologhi di cellule staminali ematopoietiche. Il progetto è stato presentato presso il polo universitario dell'ospedale Dimiccoli, di Barletta.
Tutto questo in occasione del primo compleanno del reparto di Ematologia presso l'ospedale di Barletta, nuova destinazione di una struttura che, peraltro, ha rappresentato un pezzo di storia dell’ematologia in Puglia e nell’ospedale di Trani.
Il dottor Giuseppe Tarantini, direttore facente funzioni della struttura complessa e già sindaco di Trani, ha presentato il progetto insieme con il direttore generale, Giovanni Gorgoni: «Non è un trattamento nuovo, ma è negativo che non si potesse ancora utilizzare questa procedura nella nostra Asl. Il trattamento – spiega Tarantini - si basa sul fatto che, nella cura delle neoplasie ematologiche, esiste la possibilità di utilizzare dosi sopra massimali di chemioterapia, superiori a quelle che potrebbero essere somministrate ad un paziente, senza che il suo midollo osseo (vale a dire l’organo che produce le cellule del sangue, globuli rossi, globuli bianchi e piastrine) si sterilizzi. Noi abbiamo la possibilità, dopo aver prelevato le cellule staminali del paziente, di poter fare dosi sovra massimali di chemioterapia e poi consentire al midollo di riprendere a funzionare normalmente infondendo quelle cellule staminali che nel frattempo avevamo raccolto e preservato. Così facendo, si può avere ragionevolmente la prospettiva di guarire dalla malattia ematologica e, quindi, dalla neoplasia ematologica. È una procedura sempre più estesa, il numero dei trapianti in Europa e nel mondo è in crescita costante e noi siamo contenti di utilizzarla, finalmente, anche qui».
Intanto, «oggi abbiamo fatto tornare a casa la seconda delle prime due pazienti sottoposte a trapianto autologo di midollo - racconta Tarantini -, quella più giovane, che aveva più timore di restare sola per tanto tempo, che era più preoccupata per i suoi figli e per il marito. Aveva capito qualcosa perché sono entrato da lei senza mascherina e cuffia, ma, quando le ho preso la mano e le ho detto che poteva tornare a casa, ho letto il suo sguardo».

