Riceviamo e pubblichiamo
‘Maltratta proprio chi dice di amare’.
‘Lei non si concede’.
‘Lei ha un comportamento disinibito: vestiario succinto, dalla moralità dubbia’.
‘E' stato abusato da piccolo’.
‘Ha avuto un'infanzia infelice’.
‘E' vissuto in un contesto difficile’.
‘La sua ex lo ha fatto soffrire’.
Questi sono alcuni degli stigmi che riguardano la violenza dell'uomo sulla donna. In realtà non è possibile definire in maniera univoca un identikit dell'uomo violento così come del “movente” all’origine del suo comportamento.
Si tratta di una situazione trasversale che può interessare uomini appartenenti ad una qualsiasi condizione, classe sociale ed economica, istruzione, etnia ed età. Il fenomeno della violenza intrafamiliare nasce anche come esito di una società che cambia. All’evoluzione della famiglia e all’emancipazione femminile ha corrisposto nel tempo una maggiore conflittualità all’interno della coppia rispetto al passato, quando i ruoli di genere erano ben definiti.
Per alcuni uomini tale emancipazione rappresenta un’occasione di confronto costruttivo, per altri invece diventa causa di frustrazione generando quindi l’agire violento come difesa bruta col conseguente controllo sulla propria partner.
Tale meccanismo vede la donna come motivo di timore da cui difendersi sottomettendola prepotentemente, anche psicologicamente.
Possiamo affermare che la violenza intrafamiliare si sviluppa in modo graduale e quindi secondo un “ciclo” che inizia con la “violenza psicologica” al fine di rendere insicura la vittima e che continua col passaggio all'atto fisico violento nel momento in cui l’uomo è certo di aver preso potere e di poter quindi infierire sulla di lei senza che si difenda.
A questa fase segue un periodo di scuse e pentimenti, la cosiddetta “luna di miele”: la riconciliazione è più forte di qualsiasi violenza subìta. La vittima nega a se stessa i maltrattamenti subìti, attribuendo ad essi la connotazione dell'amore, riavvicinandosi quindi in maniera fittizia e illusoria.
Infatti, la violenza riprende; inoltre, il violento minimizza l'azione colpevolizzando la donna e attribuendole la responsabilità dei suoi comportamenti e nel corso del tempo la donna si sente sempre più colpevole ed incapace di reagire. E’ così che la donna non si percepisce più come vittima bensì come ‘colei che ha causato la violenza stessa’. Da qui la resistenza a denunciare e a chiedere aiuto, anche psicologico.
Pertanto è necessario che le donne imparino a riconoscere i segnali “sentinella” della violenza e che acquisiscano la consapevolezza delle dinamiche psicologiche e delle caratteristiche del ciclo della violenza, per riuscire a sottrarsi al maltrattamento prima che il ciclo si compia.
Le vittime infatti non riescono a farsi aiutare perché vulnerabili e in preda sia alla paura delle reazioni del partner sia a quella di non essere credute e sostenute; anche per senso di isolamento sociale e familiare, per mancanza di risorse materiali (come esito della violenza economica subìta) e per sfiducia nelle alternative.
Le donne nel tempo diventano caparbiamente capaci di “minimizzare” e negare gli eventi.
La violenza intrafamiliare inoltre vede spesso coinvolti i figli minori che assistono anche per difendere il genitore maltrattato. Si tratta della cosiddetta “violenza assistita”; di tale violenza il bambino vive l’esperienza direttamente e non, percependone gli effetti. Le conseguenze infatti della violenza assistita possono essere la percezione errata che i comportamenti violenti siano “normali”, la tendenza a interiorizzare i modelli genitoriali e a identificarsi col genitore maltrattante e a difenderlo, “imparare” che ‘la donna è vittima e che l’uomo è legittimato all’uso della forza’. Nei minori coinvolti in tali dinamiche si può riscontrare depressione, ansia, aggressività e bassa autostima.
E’ necessario quindi prevenire e intervenire nei confronti della vittima ma anche del maltrattante al fine di interrompere il ciclo della violenza nonché la trasmissione alle generazioni future di modelli comportamentali orientati alla sopraffazione del genere femminile ed alla aggressività.
Vanda Vitone
Dirigente Sanitario Consultorio Familiare di Modugno ASL Bari
Vicepresidente dell'Ordine degli Psicologi
