«Interessi usurari del 5000 per cento? Una percentuale così non s’è mai vista in tutta Italia». Così l’avvocato Vincenzo Operamolla, commentando il verdetto che ha riguardato il suo assistito, Paolo Abruzzese, 64 anni, ex presidente del Trani, condannato a cinque anni di reclusione per estorsione, con riferimento ad un prestito, di 28 milioni di lire, lievitato fino a 973 milioni.
Il Tribunale di Trani ha condannato l'ex dirigente della squadra biancoazzurra al termine di un processo concernente fatti che sarebbero stati commessi nel 2001, quando Abruzzese avrebbe prestato denaro ad un collega orefice, che si trovava in uno stato di bisogno dovuto a gravi problemi di salute della moglie.
Le difficoltà di questi ad onorare il debito avrebbero determinato una rinegoziazione del prestito, che avrebbe fatto lievitare gli interessi e soprattutto, secondo l'accusa, indotto Abruzzese a ricorrere all'esercizio di pressioni con minacce al debitore ed ai suoi familiari, costringendolo a procedere alla stipula di atti con cui la vittima si sarebbe impegnata a vendere il locale commerciale, e l'abitazione, qualora non avesse pagato l'intero debito.
Dall'accusa di estorsione sono stati assolti il figlio di Abruzzese, Pasquale (29 anni) e Michele Musacco (69), che, secondo l'accusa avrebbero collaborato nell’azione delittuosa dell'ex presidente del Trani.
Secondo la difesa, Abruzzese andava assolto ritenendo l'ipotesi accusatoria smentita dagli elementi processuali. Peraltro, l’orefice vittima della presunta estorsione prima si era costituito parte civile e poi, dopo un accordo intervenuto fra le parti, vi aveva rinunciato.
Abruzzese ha già preannunciato, attraverso il suo legale, che impugnerà in appello la sentenza di primo grado.

