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Trani dimissionaria, fra il problema delle «visibilità» e l'incubo di una bufera giudiziaria bis

E se il vero motivo per cui i consiglieri comunali di maggioranza fanno fatica a dimettersi fossero le cosiddette «visibilità»? La domanda sorge legittima all'indomani della decisione del primo di loro, Raimondo Lima, di chiudere l' esperienza amministrativa in corso. Il giovane consigliere comunale di Fratelli d'Italia Alleanza Nazionale ha anticipato che oggi, 2 gennaio, rassegnerà le dimissioni e, insieme con lui, la stessa cosa farà la sua espressione in giunta, Pasquale Annacondia.

Di fatto, un gesto coerente che potrebbe essere anticamera di altre analoghe decisioni che, peraltro, ancora non arrivano. Questo lascia intuire che, probabilmente, più di un consigliere comunale che esprime componenti di consigli di amministrazione, collegi sindacali, governi o sottogoverni, prudentemente starebbero ancora attendendo non si sa bene che cosa per evitare di mettere in difficoltà coloro che hanno indicato in organismi che resteranno in piena carica, anche durante l'eventuale commissariamento della città, fino alla scadenza naturale dei loro mandati.

Nel frattempo, il clima è ancora di grande incertezza. Allo stato siamo in presenza delle dimissioni di nove consiglieri comunali e due assessori, oltre, naturalmente, quelle del sindaco, eventualmente revocabili entro venti giorni a partire dallo scorso 30 dicembre.

Come è noto, sempre in quella data si sono dimessi otto consiglieri di minoranza ed oggi toccherà al già citato Lima, mentre invece, sul fronte della giunta fa particolarmente notizia l'addio del vicesindaco, Giuseppe De Simone, che peraltro ha spiegato di aver rimesso le sue deleghe per motivi ben diversi rispetto all’inchiesta della Procura della Repubblica di Trani che ha portato all'arresto d sei soggetti fra cui lo stesso sindaco.

De Simone ha riferito che il suo addio è legato alla questione della discarica, attribuendo presunte responsabilità ad alcuni attacchi subiti dal Movimento 5 stelle, ma, probabilmente, lasciando intuire che a breve, anche su questo versante, la magistratura potrebbe accendere i riflettori con provvedimenti tutt'altro che di lieve impatto.

A prescindere dei singoli motivi, lo scenario della cosiddetta Trani dimissionaria è sempre più difficile da interpretare, anche perché davvero si stenta a comprendere perché, per esempio, nella minoranza siano in molti, ancora, a non avere rinunciato al mandato consiliare.

Nel Partito democratico, per esempio, è emersa in maniera imbarazzante la spaccatura fra coloro che hanno scelto di dimettersi, Carlo Avantario e Mimmo De Laurentis, e coloro che ancora non l'hanno fatto, Fabrizio Ferrante, Tommaso Laurora e Mimmo Cognetti. Il partito sembra avere dato libertà di scelta a tutti, e questo accresce gli interrogativi sulla linea non soltanto di questo soggetto politico, ma anche, per esempio, di Unione di centro e Nuovo centrodestra che compongono un gruppo consiliare unico nel quale, al momento, si sono dimessi Bartolo Maiullari e Giuseppe Tortosa, mentre risultano ancora in carica Beppe Corrado e Giuseppe Paolillo.

Per finire, la non meno singolare questione procedurale relativa alle dimissioni del sindaco, che, paradossalmente, potrebbero non essere valide. Infatti, il primo cittadino ha delegato i suoi difensori nell’inchiesta della Procura di Trani, Mario Malcangi e Rinaldo Alvisi, per il deposito delle sue dimissioni presso il segretario generale. Questi, dopo avere accusato la nota del sindaco, si è recato in Prefettura per chiedere, ed eventualmente ottenere, un chiarimento dal Ministero dell’Interno circa la correttezza di quanto avvenuto. Infatti, secondo alcune correnti di pensiero, sarebbe stata necessaria una delega da parte del pubblico ministero o del gip, o, in alternativa il sindaco avrebbe dovuto rimettere le dimissioni nelle mani di un pubblico ufficiale e non del suo difensore. E’ anche vero, peraltro, che la legge non dispone casi particolari come quello di un sindaco che si dimette mentre si ritrova agli arresti domiciliari e, pertanto, chi, se non i suoi legali avrebbero potuto avere accesso al domicilio del primo cittadino per ritirare le sue dimissioni?

Se tutto questo fosse servito a prendere tempo,  dilatando i venti giorni, qualcuno potrebbe risponderne. Altrimenti, probabilmente, si sta facendo l'ennesima questione di lana caprina.


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