Il mese che dovrebbe cambiare la storia di Trani, dal 20 dicembre 2014 ad oggi, 19 gennaio 2015. Il consolidamento delle dimissioni del sindaco, Luigi Riserbato, rassegnate lo scorso 30 dicembre, passano attraverso questo lasso di tempo, vale a dire dal giorno della clamorosa bufera giudiziaria, intorno al cosiddetto “Sistema a Trani”, fino a quello di lunedì prossimo in cui, presso il Palazzo di città, si attenderà da lì a poco l’arrivo del commissario straordinario, giacché non vi sono motivi per ritenere che il primo cittadino torni sui suoi passi.
Tutto nasce al primo mattino di sabato 20 dicembre, con la custodia cautelare in carcere per Giuseppe Di Marzio (ex vice sindaco), Antonello Ruggiero (ex amministratore unico di Amiu), Nicola Damascelli (consigliere comunale di maggioranza sospeso dalla Prefettura) e Maurizio Musci (consigliere comunale di maggioranza dimissionario), nonché con gli arresti domiciliari di Edoardo Savoiardo (funzionario dell’Ufficio appalti) e del primo cittadino.
Tutti e sei, a vario titolo, risultano destinatari di misure di custodia cautelare disposte dal Gip Francesco Messina, su richiesta del pubblico ministero Michele Ruggiero, nell'ambito dell'inchiesta della Procura di Trani su questioni relative ad appalti pubblici e altri provvedimenti della civica amministrazione. In stato di libertà risultano indagate, inoltre, altre sette persone. I destinatari della misura sono ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione a delinquere finalizzata a commettere più delitti contro la pubblica amministrazione, concussione, corruzione, turbata libertà del procedimento di scelta del contraente ed altro.
L’ordinanza del Gip Messina illustra i dettagli del provvedimento e per quanto riguarda il primo cittadino, in particolare, pone in risalto soprattutto la presunta connivenza e la mancata denuncia di fatti e circostanze di cui Riserbato pareva perfettamente a conoscenza: «Il sindaco - si legge nel provvedimento - doveva essere ben consapevole della gravità dei fatti che gli erano stati segnalati e avrebbe dovuto intraprendere azioni di assoluta incidenza sia operando all'interno dell'amministrazione comunale da lui presieduta, sia segnalando con urgenza le notizie in suo possesso all'autorità giudiziaria. Invece, nulla di questo egli ha fatto».
Da quel momento in poi, i giorni sono trascorsi in un ping-pong frenetico tra l'attività giudiziaria e quella, surreale politico amministrativa. Il destino ha voluto che il presidente del consiglio comunale, Fabrizio Ferrante, avesse convocato prima del 20 dicembre una seduta, per il 23 dicembre, in cui si sarebbe dovuto approvare un solo provvedimento, il Piano comunale del diritto allo studio, una delibera che arriva puntuale, e d'urgenza, alla fine di ogni anno, e che si approva all'unanimità per assicurare fondi regionali a servizi pubblici in favore delle comunità scolastiche.
Tuttavia a causa dei fatti verificatisi, la maggioranza sceglie di non presentarsi in consiglio comunale, e non prendere mai posizione sulla vicenda, aspettando eventuali revoche delle misure cautelari che, invece, non sono ancora arrivate. La minoranza non riesce ad assicurare il numero legale e si va in seconda convocazione, prevista per il 29 dicembre.
Pertanto, in assenza di segnali da parte di sindaco e coalizione di governo, comincia a profilarsi l'ipotesi di dimissioni collettive per fare concludere anticipatamente la consiliatura ed il mandato di Riserbato. Operazione tutt'altro che semplice, perché la minoranza ha bisogno di almeno tre firme da parte dei consiglieri della maggioranza, pressoché introvabili, e, soprattutto, perché serve la contestualità delle dimissioni, altrimenti si innescherebbe un’infinita catena di surroghe che non porterebbe da nessuna parte.
La città, nel frattempo, appare ferma sul piano amministrativo e sempre più insofferente a chi la governa. In consiglio comunale si odono le prime proteste e si manifestano con cartelli i disagi di chi è stanco a prescindere e vuole tornare alle urne.
Il dissenso si manifesta con maggiore durezza in occasione della seduta del 29 dicembre, quando la minoranza non riesce, neanche in seconda convocazione, ad assicurare il numero legale di 11 presenze (di cui pure disporrebbe) per approvare il Piano del diritto allo studio. Eppure, soltanto un'ora prima, presso il Palazzo di città, si era tentato il blitz delle 17 firme e, a quanto pare, 14 sarebbero state già sul tavolo. La contestazione in aula si fa feroce e la minoranza, a quel punto, finisce essa stessa sotto l’indice puntato della protesta.
Nella stessa serata il Tribunale del riesame conferma gli arresti, limitandosi a convertire le rimanenti custodie in carcere ai domiciliari. L’unico rilasciato è Savoiardo, per il quale arrivano 45 giorni di interdizione dagli uffici. Al momento di andare in stampa, invece, Riserbato, Di Marzio, Damascelli, Musci e Ruggiero sono ancora ai domiciliari.
Al sindaco, peraltro, basta l'esito del riesame per dimettersi: la conferma della sua ed altrui posizioni non appare incoraggiante. Ancora oggi non è mutato nulla e, pertanto, ipotizzare che ritiri le dimissioni sarebbe fuori non tanto delle logiche, ma del buon senso.
Nel frattempo, i giorni sono trascorsi con le dimissioni alla spicciolata di cinque assessori e quattordici consiglieri comunali, due dei quali di maggioranza: le prime hanno neutralizzato la giunta, che è rimasta in carica ma non si è più riunita; le seconde non sono servite a sciogliere in alcun modo l’assemblea, ed il segretario generale ha fatto partire le comunicazioni ai primi dei non eletti per le eventuali surroghe. Ma a tanto non si dovrebbe giungere: oggi, al massimo domani, l’avvento di un burocrate chiamato a traghettare Trani alle elezioni del prossimo 17 maggio.
