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Regione Puglia, continuano ad aumentare le aperture di partite Iva. Solo nella Bat l'andamento è in calo

I numeri parlano chiaro. In Puglia, continuano ad aumentare le aperture di partite Iva. Segno dei tempi che cambiano, perché, per poter trovare un’occupazione, non sembrano esserci alternative a quella di mettersi in proprio. La conferma arriva da un’indagine condotta dal Centro Studi di Confartigianato Imprese Puglia su dati del Dipartimento delle Finanze. Nello studio rientrano i liberi professionisti (come avvocati, medici, architetti), le ditte individuali, le società di persone, le società di capitali e le altre forme giuridiche.

Nel corso del 2014, sono state aperte 36.926 partite Iva. L’anno prima ne
erano state aperte 34.846. Si registra, dunque, un incremento di 2.080 unità,
pari al 6 per cento. In particolare, nella provincia di Bari, sono state accese 11.306 posizioni fiscali contro le 10.568 dell’anno precedente. L’incremento, in questo caso, è di 738 unità, pari al 7 per cento. Bari rappresenta il 30,6 per cento del totale delle
nuove partite Iva.

Segue la provincia di Lecce, che corrisponde al 21,8 per cento. Si passa da
7.378 a 8.044 nuove posizioni fiscali, con una crescita di 666 unità, pari al 9 per
cento. Segue Foggia che rappresenta il 16,4 per cento della «torta» pugliese. Da
5.726 partite Iva aperte nel 2013 si sale a 6.040 nel 2014, cioè 314 posizioni
fiscali in più, pari al 5,5 per cento. Taranto (12,8 per cento) cresce di 268 unità: da 4.447 a 4.715 nuove partite iva, pari al 6 per cento. Brindisi (9,2 per cento) sale da 3.290 a 3.400: 110 posizioni fiscali in più, pari ad un tasso del 33, per cento.
In calo, invece, l’andamento nella provincia di Barletta-Andria-Trani: meno
0,5 per cento (da 3.437 si scende a 3.421).

«I dati elaborati dal nostro Centro studi regionale – commenta Francesco
Sgherza, presidente di Confartigianato Imprese Puglia – ci consentono di
comprendere come l’apertura di nuove partite iva rappresenti oggi una specie di
valvola di sfogo in carenza di valide alternative lavorative. Sono molti i lavoratori e
le lavoratrici che, a fronte dell’impossibilità di collocarsi o ricollocarsi come
dipendenti, non hanno altra scelta se non quella di aprire un’attività in proprio. Non
è un caso che, parallelamente, calano le diverse forme di lavoro a termine, le
collaborazioni a progetto e quelle occasionali».

«Tuttavia – conclude il presidente – è necessario comprendere che, per evitare che
le nuove realtà si trasformino in esperienze effimere, destinate a durare per
brevissimo tempo, il supporto non può arrestarsi alla mera fase di start-up, ma
deve continuare negli anni, con strumenti idonei a garantire lo sviluppo, la crescita
e l’autosufficienza delle nuove imprese».

Di più: gli andamenti positivi osservati nei mesi di novembre e dicembre
possono essere stati influenzati dalla novità contenuta nella Legge di stabilità
2015, che ha introdotto un nuovo «regime forfetario», in sostituzione del
preesistente regime fiscale di vantaggio.

Va detto che è in discussione la proposta di proroga del vecchio regime per
tutto il 2015. Entrambi i regimi esonerano i contribuenti dal pagamento di Iva ed
Irap. Però, il regime di vantaggio, in vigore fino al 2014, limita l’imposta dovuta al
5 per cento degli utili dichiarati e può essere mantenuto per cinque anni, con
l’eccezione dei soggetti giovani che, fino al compimento del 35° anno di età,
possono mantenerlo anche oltre i cinque anni. Il nuovo regime forfetario può
essere invece mantenuto senza limiti di tempo e fissa l’aliquota di imposta al 15
per cento del reddito determinato forfetariamente sulla base di una percentuale
dei ricavi/compensi (che varia in base all’attività esercitata). I requisiti per poter
aderire o rimanere nei due regimi sono differenti, ad esempio il tetto massimo di
ricavi/compensi è 30mila euro per il regime di vantaggio, mentre per il regime
forfetario varia tra 15mila e 40mila euro in base all’attività esercitata.

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