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Trani: il prof. Voza parla di PierPaolo Pasolini e del suo universo orrendo, pieno di giovani mostruosi ed infelici

Non piango perchè quel mondo non torna più, piango perché il suo tornare è finito. Si è chiuso martedì sera a San Luigi il ciclo di incontri culturali "L'ellisse e il labirinto" organizzato da Rosangela Cito de La Biblioteca di Babele e Vito Santoro, critico letterario e professore presso l'Università di Bari. "L'ellisse e il labirinto" tornerà in futuro con nuovi incontri e nuove tematiche, non cederà il passo alle "lacrime" del cuore per un passato che non torna. Come il passato immortalato nella nostalgica fotografia e nell'analisi lucida dell'universo orrendo di Pasolini.

Di Pasolini ha parlato il professore emerito dell'Università degli Studi di Bari Pasquale Voza, referente del Centro Studi internazionali pasoliniani e del centro interuniversitario di ricerca studi Gramsciani. Pasolini del periodo friulano e quello del periodo romano, il Pasolini del mito e quello della crisi antropologica, della mostruosità covata dai giovani. Il prof. Voza ha smembrato Pasolini prima di ricomporlo, prima di ridargli una forma nella mente del pubblico presente. «Evitiamo la mistificazione di Pasolini, evitiamo i luoghi comuni. C'è un pasolinismo selvaggio che parla di Pasolini corsaro, profetico, anticipatario dei nostri tempi. Quello è un Pasolini inchiodato nella nostalgia del passato che lui stesso ripudiava. Aveva sì orrore del progresso ma era anche consapevole del fatto che la società lo stesse inchiodando nella nicchia del passato e cercava di costrastare questo destino. Pasolini cercava invece di richiamare l'attenzione sulla sua angoscia poetica».

Il ciclo naturale delle stagioni cede il passo al ciclo industriale della produzione e del consumo, la posizione di Pasolini non era legata ad una nostalgia spicciola del passato, era molto più di una denuncia del presente. «Lottava la sua nostalgia, era inchiodato dinanzi alle mostruosità del nostro mondo. Dinanzi ad un presente totalitario ed immobile, dinanzi a giovani mostruosi ed infelici, il peggior insulto che potesse far loro».

Un mondo pieno di strane macchine che sbattono l'una contro l'altra in diretta tv, dove lo spettacolo ha fatto esplodere il potere del consumismo e dato vita ad un nuovo fascismo, un movimento più pervasivo del fascismo del ventennio, un fascismo bio-politico, un fascismo che governa in profondità corpo e mente di una società intera. 

«La metafora liricamente squisita della scomparsa delle lucciole è l'immagine dello sconvolgente genocidio culturale che attanaglia la società, piena di individui omologati in un'unica dimensione, una borghesia mondiale. Al centro della sua poetica vi è la crisi antropologica che sul destino della persona si radicava l'ossessione dell'identità ormai in frantumi». Non è stato facile racchiudere la grandezza di Pasolini in uno spazio temporale come quello dedicato alla serata ma la lectio del prof. Voza ha reso giustizia al Pasolini troppo spesso bistrattato e sconosciuto.

E se è vero che la meta è l'origine, dalla chiosa di questo ciclo di incontri si potrà ripartire con nuovo vigore e spirito per la prossima iniziativa culturale.


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