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Trasfusione di sangue fatale, maxi risarcimento alla famiglia di una 28enne di Trani: un milione e mezzo

Aveva solo 28anni. Si era rivolta con fiducia alla Sanità pubblica per alcune trasfusioni per curare una patologia che l’aveva colpita. Non poteva immaginare che quella terapia si sarebbe trasformata in una condanna a morte. Un autentico calvario. Per lei e per i suoi cari. Che non si sono arresi. Hanno continuato a combattere per lei, anche quando il destino se l’era portata via.

Una battaglia giudiziaria terminata con uno dei risarcimenti più alti mai pagati dal Ministero della Salute nel nostro territorio.

La condanna emessa dal Tribunale di Bari che ha disposto il pagamento di un maxi risarcimento di circa un milione e mezzo di euro in favore di una famiglia tranese è giunta come la prova che quella battaglia fosse giusta. Non tanto per i soldi, ma perché la morte di una ragazza di soli 28 anni per un errore della struttura sanitaria non poteva restare impunito.

La sentenza riconosce il danno morale e biologico. Il Ministero della Salute è stato ritenuto responsabile della morte di una ragazza che contrasse una epatite C poiché costretta a sottoporsi a trasfusioni di sangue, poi risultato infetto.

I parenti della vittima (padre, madre e due fratelli) hanno sostenuto in causa, a mezzo del loro difensore, l’avvocato Ferdinando Fanelli del Foro di Trani, che il Ministero fosse colpevole dell’accaduto, per non aver adeguatamente vigilato sulla raccolta e sulla distribuzione del sangue e degli emoderivati da destinare alle trasfusioni.

Il Tribunale di Bari, dopo aver attentamente valutato in tutti i suoi complessi aspetti la ricostruzione dei fatti posti a base della richiesta di risarcimento, ha infine interamente accolto tale tesi (poi confermata anche dalla Corte d’Appello di Bari), condannando lo Stato italiano al pagamento dell’ingente somma.

Non è, purtroppo l’unico caso: il fenomeno delle trasfusioni di sangue infetto che, soprattutto fra gli anni ’70 ed ’80, ha causato migliaia di casi di persone in tutta Italia infettate dal virus dell’epatite e che, in molti casi, aspettano ancora che i responsabili di tale scempio rispondano per i danni causati.

Ma ora la strada è tracciata.


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