«Quando entri nella casa di un uomo che stai per arrestare alle quattro del mattino e guardi negli occhi suo figlio di pochi anni, pensi che tra 30 anni un tuo collega farà lo stesso con lui perchè purtroppo in determinati ambienti impari che il male si tramanda». Qualcuno però decide di rompere la catena e di spezzare i fili, come accade a Nino Calabrò, l’amico d’infanzia che il tenente Liguori arresta per traffico di droga.
Sono due dei protagonisti del libro "La firma del puparo", uscito lo scorso 11 febbraio a firma di Roberto Riccardi, colonnello dell'Arma dei Carabinieri attualmente in forza al comando provinciale del Carabinieri di Livorno, ospitato ieri da Luna di sabbia all'interno della girandola culturale di appuntamenti "Scrittori nel tempo" ideata da Vito Santoro e Alessandro Aruta.
Riccardi, originario di Bari, ha diretto unità operative nel periodo siciliano delle stragi culmine nello scontro stato-mafia. «In quel periodo ho maturato la mia idea del male come malattia contagiosa e come tale si propaga, se lo tocchi ti ci ammali. L'idea che per quel bambino che vi dicevo prima, non ci fosse una possibilità di essere diverso da suo padre mi inquietava, mi interrogavo: e se fossi nato io in un ambiente del genere? Cominci a porti delle domande cui non hai risposte».
Se non avesse incontrato tra le sue letture Il giorno della civetta probabilmente oggi non sarebbe neanche carabiniere e forse non avrebbe avuto quella passione per la scrittura che romba dentro di lui con "raschi e singulti" come l'autobus di Sciascia. «Sognavo di diventare carabiniere e di sconfiggere la mafia, uno dei due sogni ho dimenticato di metterlo in pratica».
Cosa Nostra, l'organizzazione criminale più fitta ed organizzata di sempre, è stata vissuta da Riccardi nel periodo finale delle stragi, nel momento in cui la mafia si sentiva più forte dello Stato e credeva di poterlo domare: «Conoscevano tutto di tutti i commercianti del paese, del quartiere, avevano liste infinite di debitori con tanto di specifica sui pagamenti che avrebbero dovuto riscuotere mese per mese. In quegli anni chi denunciava moriva, come prima attestazione di stima ti incendiavano l'attività».
Dopo le stragi di via D'Amelio e via Fani però, «la società civile è stata più forte. Ha dato un grande colpo alla mafia, le ha detto che le persone erano stanche di subire e si sarebbero riunite per combatterla e parlo di movimenti come Libera, No al pizzo, il movimento dei lenzuoli e tanti altri».
Dall'altro lato le forze dell'ordine stanno compiendo un lavoro serrato tra blitz, confische e cattura dei latitanti. Ed è con questo background che il tenente Liguori vive ne "La firma del puparo" una nuova avventura dal ritmo incalzante, dando vita ad un noir che come sottolineato spesso da Vito Santoro durante le varie serate, oggi è diventato un modo in Italia per fare romanzo sociale, è un genere che sta definendo e raccontando un Paese.
Durante la presentazione si è parlato anche del ruolo delle donne, dell'universo femminile nel mondo mafioso, della trattativa stato-mafia («Credo che le stragi del 92 abbiano definito tutto, credo poco alle parole di Ciancimino junior che ha tutto l'interesse a difendere il suo patrimonio») e di quanto sia cambiato oggi quello spaccato di realtà. La chiosa l'affidiamo alle parole del colonnello Riccardi quando gli è stato chiesto se in quegli "anni siciliani" ha mai avuto paura: «La paura ce l'hanno tutti, è un sentimento umano, io ho paura del buio e della solitudine ma non credo sia la paura a muoverci. Credo che gli eroi siano smossi da un coraggio enorme, un coraggio morale. Due nomi per tutti: Falcone e Borsellino, hanno avuto più coraggio con la loro penna che quanto ne avrebbero avuto con cento pistole. Quello è il coraggio morale, la forza di dire no pur sapendo cosa ci aspetterà».
