La cava dei veleni fa parte di quelle dismesse prima dell’emanazione della legge regionale numero 37, del 1985, che dispone il ripristino di quanto coltivato fino al piano campagna.
Sventrata ed abbandonata, dentro contiene di tutto ma anche ai margini, girando alla ricerca di varchi per accedervi, si è trovato di non meno inquietante: un cumulo di lastre incendiate, che sembrano pannelli fotovoltaici illecitamente smaltiti; sacchi di ammoniaca; laterizi; guaine di cavi di irrigazione e corrente, questi ultimi forse scartati dopo i soliti furti di rame; una porzione di terreno contenente una sostanza, di colore marrone scuro, probabilmente anche questa residuo di un incendio avvenuto in tempi non meglio precisati. E non mancano bossoli di proiettili da caccia, a conferma del fatto che in questa zona succede veramente di tutto, senza alcun controllo.
Il contrasto tra il rosso delle ciliegie ed il rosso vergogna di questo posto è imbarazzante: qui, adesso, non si tratta soltanto di mettere in sicurezza una cava dismessa e fumante che pare un vulcano ed è oltre modo pericolosa, ma anche, e soprattutto, restituire tranquillità ad una comunità che, da oggi, ha sempre meno certezze sulla qualità dell’acqua di falda, della filiera agricola, dell’ambiente e della vita.
Trani, città dalle alte patologie tumorali, da oggi ha una spiegazione in più sulle probabili cause di una parte di esse. E, paradossalmente, stridente diventa persino il contrasto tra una discarica controllata, chiusa quasi da un anno, per un incidente che, in ogni caso, si è tamponato ed è oggetto di costanti attenzioni, e questo luogo spettrale nel quale invece, da anni, chiunque ha fatto quello che ha voluto, restando completamente impunito ed attentando in maniera scientifica alla salute dei cittadini.







