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Negrogno: «Io, seduto sulle nuove panchine della stazione di Trani»

Mi son seduto sulla panchina della stazione, mi ero informato c’era un treno che partiva alle 7 e 40, uno dei pochi che ancora si fermano a Trani.

Mentre me ne stavo sullo scanno che oltre ad essere disarmonico era pure malagevole, mi tornavano in mente le vecchie panchine che ti abbracciavano gelide coi loro ornamenti metallici o quelle in pietra, essenziali come dei banconi per il pesce oppure quelle in legno, più calde, tanto da poterci dormire sopra fino a strapparle, fugace, qualche sogno.

Queste nuove panchine,  oltre ad essere brutte, spavaldamente brutte, sono suddivise in tre comparti da certi manici metallici che mi ricordano le spondine innalzate ai bordi del letto del povero malato. Quelle servono per evitare che il malato o, più spesso il vecchietto, cada rovinosamente. Queste invece a cosa serviranno?

Mi domandavo mulinando eventuali nobili propositi. Forse a garantire la privacy dei glutei in procinto di accomodarsi su accoglienti treni regionali.  Ho pensato agli innamorati di Peynet sulla loro panchina immersa tra le verdi pennate e i rami che s’intrecciano tra i papaveri ed i balestrucci, ho immaginato le maniglie tra gli amanti intenti a smarrirsi nei loro sguardi e a come sarebbe stato arduo per i pensatori farsene una  ragione oltre che per gli innamorati.

Ma alla stazione, tutto sommato, raramente ci vanno gli innamorati come sempre più raramente i viaggiatori visto che i treni transitano veloci tirandosi dietro desolanti rotolacampo. Alla stazione, suo malgrado, ci dorme chi non possiede un letto sotto un tetto.

Ed ecco, come un passaggio a livello che divide una città, che isola un quartiere spettatore di treni che nemmanco si fermano, ecco spuntare le maniglie divisorie che, credo di averne sospetti fondati, non servano a dissuadere nostalgici seguaci di Peynet, nemmeno agli innamorati e nemmeno alle natiche ben allenate ad ansimare, in piedi, nei treni affollati dei poveri studenti, ma, ahimè, serviranno, oltre che a dividere ancora, a dissuadere il povero barbone, benché contorsionista da una vita, a dormirci sopra.

Rinfranca sempre osservare le soluzioni degli uomini, sono le migliori per la maggior parte. È arrivato il treno, in ritardo.

Rino Negrogno


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