Cinque date in Sardegna, altre cinque in Sicilia. «Novantadue», lo spettacolo teatrale scritto da Claudio Fava e diretto da Marcello Cotugno, portato in scena dalla compagnia Bam teatro, dopo il successo di Trani si spinge sulle isole e, in particolare, in quella Sicilia al centro della storia raccontata, quella di Giovanni Falcone (Filippo Dini) e Paolo Borsellino (Giovanni Moschella), con le “interferenze” dei vari “volti del male” (Pierluigi Corallo).
Quest’ultimo ha vissuto l’emozione di tornare a recitare nella sua città, a distanza di oltre vent’anni dall’esordio, da giovanissimo, trasmettendo e condividendo emozioni grazie alla profondità del testo portato in scena: «Quando si sale sul palco – dice l’attore tranese - c'è sempre la tensione di voler dare il meglio che spesso, però, è nemico del bene. Avevo di fronte a me tantissima gente che conosco e la sensazione è stata quella di sentirsi abbracciati e, d'altro canto, dover portare rispetto per il racconto di un fatto importante che tutti conosciamo”.
Il ritmo, i tempi, le luci. I toni scherzosi sì di amici al lavoro, ma anche drammatici di vite spezzate. La tensione degli inviti a cedere ai ricatti, puntualmente declinati e il fermo ottimismo nel futuro, nel nuovo, nei giovani. «È grazie all’eccellente lavoro di regia di Marcello Cotugno che dobbiamo l’atmosfera ricreata – continua Corallo –, ma è anche grazie al pubblico in sala. Ogni pubblico, senza saperlo, condiziona i tempi, dà senso ai silenzi, così da rendere lo spettacolo non solo una messa in scena, una mera recita di un copione, ma un’immedesimazione nella personalità che si vuole far conoscere, che si vuole far arrivare nel cuore di chi assiste. È il lavoro dell’attore che prende forma anche sulla base del suo pubblico».
Questo spettacolo ha, però, una particolarità, ovvero l’adesione civile alla causa che si sposa. «Ho interpretato, alternando, molteplici personaggi. Ma a Vincenzo Calcara mi sono affezionato particolarmente – ammette Corallo -, uomo incapace di raccontare la trattativa, uomo che ci somiglia, somiglia ad ognuno di noi che, dopo vent'anni, siamo sgrammaticati, continuiamo a generalizzare. Falcone diceva che ogni volta che si usa una generalizzazione sulla mafia, si fa un piacere alla stessa. Noi lo facciamo, incapaci di raccontare».
Nessuna generalizzazione, dunque. Nessun eroe, non è fantascienza, dovrebbe essere realtà, la quotidiana realtà. «È necessario rifuggire dalla retorica quando si tratta di questi temi, bisogna chiamare le cose con i loro nomi. Su questi due uomini è stata fatta tanta retorica e lo scopo di questo spettacolo è stato anche quello di rendere l’idea di due persone nella loro normalità, ahinoi straordinaria, di lavoratori, amici, uomini ligi al proprio dovere, lontani da meccanismi di accomodamenti, compromessi».


